Olimpiadi

Cumuli di terra, posti in piedi sulla neve, transenne ovunque: il lato nascosto (e incompleto) della pista di Cortina | Foto

L'ALTRA OLIMPIADE - Il budello ghiacciato per le gare di slittino, bob e skeleton è perfettamente funzionate. Ma lontano dalle telecamere c'è ancora il cantiere, perché dopo i Giochi verrà ultimato il contorno della struttura. Che, visto il progetto light voluto da Salvini, manca di molte rifiniture rispetto al piano originale

Gli slittini e i bob scivolano sulla nuovissima pista ghiacciata “Eugenio Monti” di Cortina, le gare delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 vengono riprese dalla televisione e si svolgono regolarmente, ma tutto attorno all’impianto c’è il deserto. Un deserto bianco. La neve copre pietosamente il cantiere lasciato incompiuto da Impresa Pizzarotti, che ha eseguito i lavori da 82 milioni di euro per conto di Società Infrastrutture Milano Cortina (Simico). Hanno detto che gli italiani hanno compiuto un miracolo, visto che i cinesi hanno impiegato il doppio del tempo, due anni, per costruire l’impianto utilizzato nel 2022. I soliti noti si sono allargati, esagerando con le iperboli. “È l’opera architettonica più bella del secolo”, ha declamato il commissario straordinario Fabio Massimo Saldini. “È come la cupola del Brunelleschi di Firenze”, ha esagerato il ministro delle infrastrutture Matteo Salvini. Non è stato da meno l’allora governatore Luca Zaia. “Le famiglie verranno ad ammirarla, perché questo è il nostro Guggenheim Museum”.

In realtà le immagini che la televisione non mostra sono molto più sconfortanti, e con la luce appaiono in tutto il loro effetto-discarica. Soltanto con il buio e con il gioco delle luci concentrate sulla pista il risultato è meno deprimente. La colpa è dei ritardi operativi, che hanno consentito di arrivare all’ultimo momento con una struttura ancora incompleta, seppur funzionante. Ma anche delle scelte progettuali, perché nel dicembre 2023 il ministro Matteo Salvini aveva imposto una pista light, sfrondata da tutti gli elementi che avevano reso economicamente non conveniente l’appalto. Solo a quelle condizioni se lo aggiudicò l’unico concorrente che si era presentato, con un ribasso dello 0,0013 per cento.

Basta guardarsi attorno. Transenne da cantiere e jersey provvisori ovunque. Prefabbricati, container e gruppi elettrogeni disseminati qua e là. Cavi e tubi innocenti a vista. Molti tombini sono indicati con il nastro bianco e rosso. Sulle strade di collegamento la terra è ancora accumulata. E poi tendoni al posto di edifici, staccionate ricoperte da teli con le scritte olimpiche, per camuffare la parte nascosta dei lavori non conclusi. Non si può dire che i sottopassaggi siano rifiniti. Sono spariti i rivestimenti esterni a scaglie elogiati nei progetti. Ma il vero problema sono le tribune, anzi le tribunette, con impalcature a vista. Le possibilità sono tre. Per i membri della Famiglia Olimpica si può accedere a una tribuna dedicata all’arrivo. Poi ce n’è un’altra con posti a sedere per gli spettatori. Tutti gli altri devono accontentarsi dell’”Area posti in piedi”. Camminano lungo la pista in mezzo alla neve per raggiungere i punti di osservazione migliori delle gare. Come era già comprensibile dal progetto ridotto all’osso bisogna utilizzare perlopiù i terrapieni o i tratti piani, dove la gente guarda i bolidi sfrecciare coperta da chi sta nella fila davanti. Lungo le stradine passano i mezzi che trasportano gli atleti e i tecnici dal punto di arrivo alla partenza, dove c’è un’altra tribunetta. A lato sono parcheggiate le ruspe, nel caso una forte nevicata richieda il loro intervento.

Difficile credere alle frasi scritte nel progetto definitivo: “Sarà un organismo vivo e mutevole, in continuo dialogo con il paesaggio… Un gioco di luci ed ombre, che contribuisce all’inserimento della pista nel contesto naturale, dialogando con lo stesso gioco di luci ed ombre creato dalle fronde degli alberi e dalle scaglie della roccia della montagna”.

Quando Salvini nel dicembre 2023 aveva annunciato che la pista si sarebbe fatta con gli stessi soldi e molti ritocchi, la potatura era stata notevole. L’importante era trovare un costruttore e finire in tempo. Via le fontanelle all’aperto progettate per potersi avvicinare con le sedie a rotelle. Stralciate le mappe tattili per non vedenti. Rimandati i pannelli fotovoltaici. Eliminate le vetrate al primo piano della partenza donne. Risparmi sui servizi per gli spettatori. Niente infermeria, basta un container. Idem per le cabine dei giudici. Poi un tavolato al posto del frangisole in doghe metalliche, elogiato dagli architetti per l’eleganza ambientale. Inutili Wifi, bluetooth e collegamenti per apparecchi acustici.

Se hanno finito in tempo lo si deve a una proroga di quasi un anno concessa dal Comitato Olimpico internazionale, visto che la pista avrebbe dovuto essere ultimata nel novembre 2024, invece non lo è nemmeno ora. Ma c’è stata anche un’astuzia nel cronoprogramma: rimandare al dopo-Olimpiadi la piantumatura dei “diecimila alberi” che devono sostituire gli 800 larici (di cui molti secolari) abbattuti per far posto al cantiere. Di alberello non ne è stato messo a terra nessuno, anche perché i lavori non sono completati. Ci penseranno a primavera avanzata. Infatti, l’ultimo cronoprogramma di Simico annuncia che i lavori di finitura si concluderanno il 5 luglio 2026, quando i Giochi saranno ormai alle spalle da quasi cinque mesi.