
Prima udienza del processo: l'ex allenatrice della Nazionale italiana di ritmica schiera l'avvocato del Ruby ter. Ma perde il primo round: respinta anche la richiesta di riformulazione del capo di imputazione
È subito battaglia alla prima udienza a Monza del processo che vede sul banco degli imputati Emanuela Maccarani, accusata di maltrattamenti e vessazioni morali sulle giovani stelle della ginnastica ritmica. New entry nelle fila difensive: il pezzo da novanta è una celebrity del Foro di Milano, Federico Cecconi, protagonista nell’assoluzione del suo assistito Silvio Berlusconi nel processo Ruby ter ottenuta – secondo lui – non per un cavillo (come qualcuno aveva malignato) ma per questioni di sostanza. Sarà. Accompagnato da un paio di assistenti, sgargianti calzettoni turchesi con i rombi, a suo modo elegante, calca la scena con autorevolezza e grande self confidence. Al suo fianco la veterana Danila Di Domenico che oggi tace per dare spazio al più celebre collega.
Cecconi fa capire subito di che pasta è fatto: pronti via, chiede la nullità del decreto che dispone il giudizio e la conseguente riformulazione del capo di imputazione, viziato da genericità e indeterminatezza, secondo lui. A seguire il tentativo di ‘fare fuori’ le parti civili, prima Francesca Majer in qualità di vittima di violenza assistita, poi l’associazione ChangeTheGame, già ammessa nell’udienza preliminare. Ancora cavilli per difendere Emanuela Maccarani, poker face di una lunga e grigia mattina in tribunale. Biondissima e algida, imperscrutabile e un po’ torva, si pone come regina che soffre di lesa maestà. Al suo fianco il marito Moreno Buccianti meno composto della moglie. Davanti alle accusatrici, non si trattiene e si lascia andare a risatine inopportune e sguardi in tralice.
Presenti Anna Basta e Beatrice Tornatore, ormai abituate alle complesse e snervanti liturgie giudiziarie. Il collegio presieduto da Roberta Russo si ritira, lunga pausa di circa un’ora e mezza. Si torna in aula ma a questa tornata Cecconi perde, ammessa Francesca Majer, nessun ritocco al capo di imputazione, resta anche ChangeTheGame non come parte civile ma come ente rappresentativo di interessi lesi dal reato al quale sono estesi diritti e facoltà della persona offesa.
Questa mano va così ma il prossimo round sarà caratterizzato ancora dal braccio di ferro fra accusa e difesa in merito alla cosiddetta lista testi: praticamente un lenzuolo quella presentata da Maccarani che vuole portare in aula un pizzico del brio da palcoscenico di Luca Bizzarri che di quei fatti non sa nulla ma potrebbe parlare di percezioni, si spera non extrasensoriali. C’è un po’ la qualunque in questo listone: dalle atlete di un tempo, le fedelissime, genitori a vario titolo, l’ex presidente della FGI Gherardo Tecchi, un parterre da ‘prima repubblica’. Eppure, nelle aule dove si celebrano i processi, dovrebbero parlare le persone che hanno avuto un ruolo nei fatti contestati, non amici o amici degli amici.
Lo sport è un terreno scivoloso, chi resta tesserato fatica a parlare contro un sistema di cui continua a fare parte, chi veste una divisa idem. Ma c’è anche chi soffre di una autentica dipendenza psicologica e alla fine si convince che in fondo quei metodi erano e restano l’unica via per ottenere un minimo di successo, per danzare come piume su una pedana. Questa la tesi concordata da tutti i personaggi coinvolti in questa vicenda fino ai vertici.
Un caso, questo di Emanuela Maccarani, che si gioca sulla confusione fra sacrificio e rispetto, sulla dicotomia fra disciplina e reato, sul dualismo drammatico fra chi ha talento e chi non lo ha o chi alla fine di questi metodi non ne ha potuto più. In fondo, nonostante la nuova legge sui safeguarder, la difesa della dignità delle atlete è ancora un miraggio, una opportunità di dibattere fra ‘esperti’ più che un’opportunità di reale svolta. I survivors sono in buona parte ancora invisibili, un ingombro, un peso. Something to talk about, così, a tempo perso.