
Pensare di punire i genitori per minori che compiono reati è agghiacciante, perché quelle famiglie sono semmai vittime
Per capire la questione del cosiddetto “disagio giovanile” bisognerebbe anzitutto chiamarlo con il suo nome: dolore. Bisognerebbe cioè partire dalla sofferenza e dalle sue cause, invece che occuparsi dei modi con cui questa sofferenza prova ad essere placata: violenza su sé e sugli altri (autolesionismo, risse, coltelli), abuso di droghe, di social media e smartphone, psicofarmaci che circolano senza ricette, ritiro sociale.
Il dolore dei ragazzi che vengono da famiglie immigrate non è difficile da comprendere: carenza di risorse economiche e culturali, povertà, anche abitativa, violenza familiare non possono che esitare in comportamenti devianti. Ma anche nelle famiglie italiane l’angoscia non manca: scarsità di fratelli, separazioni dei genitori precoci e sempre più conflittuali, nonni che muoiono – visto che si nasce sempre più tardi – educazione all’insegna della prestazione e della competizione invece che della condivisione e della socialità. Per entrambi, ragazzi di origine straniera e italiani, è invece comune lo spettacolo di un mondo attraversato da una violenza estrema, un mondo dove i capi di stato sono spesso malati psichici, un mondo armato fino ai denti.
Identificata la sofferenza – che nasce da una società sempre più atomizzata dove le agenzie di socialità e di senso, scout, oratori, etc. sono sempre più scarne, mentre trionfa l’intrattenimento dei centri estivi e dei mille corsi di lingua, l’attenzione può spostarsi ai modi con cui i ragazzi cercano disperatamente di attutire il dolore. Nelle menti più fragili, il combinarsi di alcuni di questi elementi – psicofarmaci e droga, ad esempio, oppure droghe e smartphone – possono produrre esiti drammatici, dove non è più chiaro tra l’altro cosa è conseguenza di cosa, la causa e l’effetto. Perché il dolore produce abuso di sostanze, ma a sua volta l’abuso di sostanze aumenta confusione, dolore, psicosi. Una devastazione mentale e morale.
Cosa possono fare le famiglie? Quasi nulla. O, meglio, possono fare se hanno abbondanza di strumenti culturali ed economici e tempo a disposizione. Se riescono a trovare i giusti specialisti, pagati a caro prezzo, se riescono a curare il dolore, magari capendo che occorre partire dal proprio. E le altre? Quelle che sopravvivono a malapena, dove i genitori presto e tornano tardi, con poche risorse, famiglie che non sanno come gestire un ragazzo sempre più violento anche in casa, sempre più malato? Quanta disperazione c’è in queste famiglie non si può neanche raccontare.
Per questo pensare di punire i genitori per minori che compiono reati è agghiacciante, perché quelle famiglie sono, semmai, vittime. Inasprire le pene, abbassando l’età, è tanto aberrante quanto inutile. Togliere passaporti e permessi di soggiorno? Benzina sul fuoco della disperazione.
Cosa servirebbe, allora? L’elenco è lunghissimo. Certo, una guerra vera e totale allo spaccio, oggi che la droga arriva a domicilio in cinque minuti. Ma anche più risorse economiche e di tempo per le famiglie, smart working, soldi veri: perché la presenza in casa cura. Soprattutto: più risorse economiche ai servizi socio-sanitari sul territorio. Oggi per avere una visita neuropsichiatrica infantile si aspettano mesi. Per entrare in una comunità – unici luoghi dove, quando la situazione ormai si è cronicizzata, è possibile forse ancora salvare i ragazzi, riuscendo a distinguere cause ed effetti – ci sono liste d’attese infinite.
E la scuola? Può poco o nulla, nelle condizioni attuali. Potrebbe, quello sì, smettere di puntare su competizione e valutazione e valorizzare didattica di gruppo, socialità, cooperazione tra gli studenti.
Niente di tutto questo è nel programma del governo. Il quale, ironia della sorte, vuole punire e perseguitare chi ha in tasca un coltello – spesso solo per paura – mentre investe miliardi in nuove armi. Si può essere così drammaticamente incoerenti?