Cronaca

Dieci anni dal sequestro di Giulio Regeni: chissà se chi grida ‘prima gli italiani’ finalmente mostrerà fermezza

Dopo dieci anni la richiesta di verità e giustizia non ê stata archiviata, resiste a bugie, depistaggi, vigliaccherie istituzionali

Il 25 gennaio di dieci anni fa al Cairo, in Egitto, veniva sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni, un giovane ricercatore italiano che stava svolgendo la sua ricerca universitaria al Cairo.

Come hanno dimostrato le udienze del processo in corso a Roma, era stato fermato da uomini della sicurezza, legati ad Al Sisi, torturato per giorni e ucciso. “Ho visto nei suoi occhi tutto il male del mondo” ha detto la madre Paola Deffendi.

Le udienze hanno anche svelato bugie, omissioni, reticenze, non solo da parte del regime egiziano, ma anche dei governi di centrosinistra. Subito dopo il sequestro Giulio era ancora vivo, ma gli interventi sull’Egitto furono tardivi, confusi, segnati dagli ottimi rapporti che, ieri come oggi, hanno Italia e Egitto. La puzza dei soldi e delle armi ha nascosto il profumo dei diritti umani.

Come abbiamo appreso nella triste vicenda di Alberto Trentini, il cooperante veneziano tornato a casa dopo 15 mesi di fallimenti, l’Italia non riconosce ‘paese amico’ il Venezuela, ma l’Egitto sì; non sa nulla su sparizioni e torture, finge di non vedere la quotidiana repressione delle minoranze dei diritti politici, civili, sociali. Vale per l’Egitto ma anche per la Turchia, la Libia, l’Iran.

Dopo dieci anni, per l’ennesima volta, tutto il paese di Fiumicello Villa Vicentina si riunirà con i suoi genitori, Paola e Claudio, con la sorella Irene, con l’avvocata Alessandra Ballerini, amiche e amici, giornalisti, scrittori, autori, richiamati dalle tante iniziative promosse da Giulio siamo noi – una straordinaria associazione che ha lanciato l’onda gialla e ha contribuito a impedire che un colpevole oblio cancellasse ogni traccia – e che hanno invitato tutte e tutti a ritrovarsi sempre il giorno 25 alle 19.41, ora del suo sequestro, con una candela tra le mani, davanti ad una delle tante panchine dedicate a Giulio.

Dopo dieci anni la richiesta di verità e giustizia non ê stata archiviata, resiste a bugie, depistaggi, vigliaccherie istituzionali. Ora il processo è fermo in attesa della pronuncia della Corte costituzionale su alcune eccezioni sollevate in extremis dai difensori degli imputati egiziani, riguardanti le modalità di pagamento dei compenso agi avvocati d’ufficio.

Una volta assunta la decisione il processo riprenderà comunque. Il giorno dell’udienza si avvicinerà, anche se gli imputati sono sempre in Egitto, ben protetti dal regime e dai loro amici a casa nostra.

Quando la sentenza arriverà spetterà ai familiari di Giulio, alla tenace avvocata Ballerini, a ciascuno di noi alzare ancora la voce per reclamare dal governo un po’ di quell’orgoglio nazionale che, a parole, rivendica in ogni comizio: spetterà a loro chiede l’estradizione in Italia degli eventuali condannati. Lo faranno mai? Mostreranno, almeno in senso figurato, i pugni al dittatore?

“Prima gli italiani” urlavano in campagna elettorale; poi di fronte ai balbettii per Trentini, ai silenzi per Mario Paciolla e Andrea Rocchelli, ai tradimenti su Regeni, abbiamo capito che quel “prima gli italiani” vale solo a favore di riflettori, a giorni alterni, per alcuni italiani, a seconda del colore politico degli oppressori.