Calcio

Ti ricordi… Fernando, il brasiliano che sull’aereo verso l’Italia rifiutò la corte di Herrera per rispettare la parola data al Palermo

Nasceva 89 anni fa l'attaccante che in Italia giocò con i rosanero e poi con il Bari: la sua carriera poteva svoltare grazie a un incontro casuale con l'allora tecnico dell'Inter, ma scelse la coerenza e la professionalità

“Nella vita non è dove vai, ma con chi viaggi”. Lo diceva Schulz, l’inventore dei Peanuts: forse con questa sua massima e con José Ferdinando Puglia, detto semplicemente Fernando, ci avrebbe creato una bella striscia. La storia di questo attaccante brasiliano, nato esattamente ottantanove anni fa a Sao Josè do Rio Pardo, in Brasile, si snoda quasi interamente attorno a un viaggio, a un aereo e ad un incontro casuale. Già, perché nel 1961, con molti meno aerei e molta meno gente che li prende è un caso, fortunato o meno chissà, incontrarci su Helenio Herrera in persona.

Come ci è arrivato Feranando su quell’aereo però? A San Josè gioca a pallone mentre va a scuola, poi passa al Palmeiras dove da attaccante forma una bella coppia con Faustinho e gioca e diventa amico anche di Josè Altafini. È bravo, una bella mezzala, capace di giocare sia in fase offensiva grazie ai suoi piedi buoni che in fase difensiva. Si fa notare, lo Sporting Lisbona lo acquista nel 1959. Coi biancoverdi fa benissimo, 58 gol segnati in 57 partite giocate, e allora l’ambizioso Palermo di Vizzini e di Totò Vilardo lo acquista. Sono altri tempi, tutt’altri rispetto alle attuali abitudini di contratti da centinaia di pagine, penali e cavilli, e si suppone che la parola basti, almeno tra un aeroporto e l’altro.

E sicché sull’aereo che deve portarlo da Lisbona in Italia Fernando incontra proprio Helenio Herrera, allenatore dell’Inter che conoscendo le sue doti prova a deviare la carriera dell’attaccante dalla Sicilia a Milano. Ma Fernando non molla: “Sono in parola col Palermo”, dice, e rifiuta la corte del mister che se la legherà al dito. Qualche mese più tardi l’Inter di Herrera che veleggia verso lo scudetto si ritrova a giocare proprio a Palermo, squadra già salva, dove brilla la stella di Fernando.

Sugli spalti infatti già si parla di “Pasta co’ i sarde”, l’equivalente di un biscotto insomma, per lasciar intendere che i rosanero non daranno grande battaglia a Corso e compagni. E invece i nerazzurri sbagliano l’impossibile, non sbaglia invece Fernando quando il capitano Benedetti lo serve su una ripartenza permettendo al brasiliano di battere il portiere Buffon. Non solo, ma Fernando, che non aveva gradito le dichiarazioni di Herrara sul suo conto, raccoglie il pallone dalla porta e lo porta in panchina al mister dell’Inter porgendoglielo come gentile omaggio a mo di sfottò. Gli sfottò accompagneranno il mago anche alla fine della gara, mentre Fernando pentito per la spavalderia gli andrà a chiedere scusa negli spogliatoi. Di fatto, però, l’Inter perderà lo Scudetto in favore dei cugini del Milan.

Da lì in poi, la carriera di Fernando scorre forse meno romanzesca, ma non meno dignitosa. Resterà a Palermo fino al 1963, lasciando il segno per eleganza, intelligenza tattica e professionalità. I rosanero retrocederanno e lui passerà al Bari dove gioca lontano dai riflettori ma con la stessa serietà che ha sempre messo in campo, prima di scegliere di tornare definitivamente in Brasile. Un rientro silenzioso, senza clamore, come spesso accade a chi non ha mai cercato scorciatoie.

In patria continuerà a giocare ancora qualche stagione, poi il calcio, quello giocato, lo lascerà senza che il calcio gli restituisca davvero tutto quello che gli aveva promesso. Nessun grande incarico, nessuna celebrazione ufficiale. Solo il ricordo sparso, custodito da chi c’era, da chi sa che certe storie non finiscono nelle bacheche ma restano negli spogliatoi, negli aeroporti, nei racconti a bassa voce. E allora sì, forse Schulz avrebbe sorriso. Perché la storia di José Ferdinando Puglia non è quella di chi è arrivato più lontano, ma di chi ha viaggiato con coerenza. Di chi ha scelto una parola data invece di una carriera più comoda. Di chi ha preso l’aereo sbagliato per la gloria, ma quello giusto per restare se stesso.