
Se viviamo ancora in stati democratici come l’Italia, perché non è stato chiesto ai cittadini di esprimersi sul riarmo?
Articolo di Martina Bonali Ilfattoquotidiano.it collabora dal 2022 con il blog studentesco “MyFermi” dell’istituto Enrico Fermi di Mantova. Quello che segue è uno dei contenuti realizzati per noi dalla redazione, composta da giornalisti e informatici (e dai loro docenti). Il piano di riarmo in Europa, chiamato ufficialmente ReArm Europe, presentato a marzo 2025, prevede la […]
Articolo di Martina Bonali
Ilfattoquotidiano.it collabora dal 2022 con il blog studentesco “MyFermi” dell’istituto Enrico Fermi di Mantova. Quello che segue è uno dei contenuti realizzati per noi dalla redazione, composta da giornalisti e informatici (e dai loro docenti).
Il piano di riarmo in Europa, chiamato ufficialmente ReArm Europe, presentato a marzo 2025, prevede la mobilitazione di 800 miliardi di euro per la difesa dell’Unione. Il progetto è nato principalmente in conseguenza all’attacco del 2022 della Russia all’Ucraina, ma le spese per le armi, seppur in scala minore, hanno cominciato ad aumentare già prima. La storia ci insegna che le corse agli armamenti sono seguite da grandi guerre e la prospettiva di un futuro distrutto da bombe e missili sembra diventare di giorno in giorno più concreta. Si sta creando un clima di paura e di incertezza.
Nonostante le disposizioni prevedano che i primi ad arruolarsi in caso di guerra siano i militari di carriera, seguiti, in emergenza, dai civili dai 18 ai 45 anni, chi ci assicura che a essere chiamati al fronte, in situazione di grave crisi, non possiamo essere anche noi adolescenti?
E siamo proprio noi a temere le scelte di altri. Non sappiamo cosa ci aspetta nel futuro, ma certo è che il presente è connotato da conflitti in continua espansione: il Medio Oriente non ha pace, gli Stati Uniti stanno attuando una politica colonialista nei confronti di diversi Stati, non ultimo il Venezuela, la Russia continua imperterrita con i suoi obiettivi sull’Ucraina… E l’Unione Europea, alla quale dovremmo sentire di appartenere e percepire come casa nostra, una casa sicura, costruita su solide alleanze, ha deciso di mettere in atto una corsa agli armamenti, per difendersi da una potenziale enorme minaccia.
Spesso ci viene chiesto di essere positivi, che tempi migliori arriveranno. Eppure ciò che vediamo è una società che sta collassando sempre di più, in cui i governi della “nostra casa” hanno deciso che la priorità ora è prepararsi alla guerra e che l’industria bellica è più importante dell’istruzione, della sanità, del nostro futuro.
In Europa, infatti, il problema della carenza di insegnanti pesa in diversi paesi, in particolare Francia, Portogallo, Belgio, Italia e Germania e ne mette a rischio l’istruzione e di conseguenza il futuro delle generazioni sedute ora tra i banchi. Anche il settore sanitario è messo in ginocchio dalla carenza di personale medico e, tra gli Stati membri, da un problema strutturale legato all’accessibilità economica della sanità. Non possiamo nemmeno dimenticare la crisi climatica, di fronte alla quale non è ancora stata effettuata una vera transizione energetica. Progetti come il Green Deal, che prevede il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050, non verranno rispettati. Si preferisce invece finanziare l’industria bellica: i colossi delle armi stanno guadagnando cifre astronomiche. E la minaccia di una nuova Grande Guerra incrementa incertezza e frustrazione tra le persone, che finiscono per affidarsi a governi autoritari e sempre meno democratici. La paura, seminando il panico, spegne il dissenso e genera sudditanza. Ci sono in gioco le vite delle persone, ma questo sembra un prezzo inevitabile da pagare.
Se viviamo ancora in Stati democratici come l’Italia, perché non è stato chiesto ai cittadini di esprimersi sul riarmo? Le nostre costituzioni e i principi su cui si fondano sia gli Stati nazionali sia le organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea o l’ONU, affermano di ripudiare la guerra e di promuovere risoluzioni pacifiche alle controversie.
Eppure la direzione presa è contraria a tutto ciò. Resta in noi giovani e in chi crede ancora nella diplomazia un forte senso di impotenza. Perché per noi la guerra non è la soluzione. Parlo di chi si informa, di chi ha maturato una coscienza civica, di chi si pone delle domande. Certo, ci sono anche ragazzi disinformati che si accontentano di leggere post superficiali sui social, che non hanno alcuna consapevolezza delle conseguenze di un riarmo, che non sanno nemmeno del piano ReArm Europe. Per questo è più che mai fondamentale dibattere in classe, aiutare chi non sa a conoscere. Dobbiamo confrontarci, non rimanere indifferenti, perché ne va del nostro futuro. Abbiamo il dovere di sviluppare uno spirito critico e prepararci ad agire, facendo sentire la nostra voce.
Siamo giovani, abbiamo di diritto di pretendere di vivere in una società sicura, che tuteli le nostre libertà e che ci permetta di sognare il nostro futuro.