Cronaca

“La guarigione? Non si parla di mesi ma di anni. L’abbiamo riconosciuta dalle unghie”: parla Lorenzo, il fratello di Sofia, sopravvissuta al rogo di Crans Montana

Il fratello Mattia Donadio al Corriere della Sera: “Viviamo al Niguarda, uniti. Il rischio infezioni è alto, ma immaginiamo il giorno in cui rivedremo tutti i ragazzi insieme, guariti”

Le giornate al Centro Grandi Ustionati dell’ospedale Niguarda di Milano seguono un protocollo di attesa e speranza che non ammette pause. Per la famiglia di Sofia, la sedicenne studentessa del Liceo Virgilio ferita nel rogo di Crans Montana la notte di Capodanno, la vita si è fermata tra le corsie della terapia intensiva. “Siamo sempre […]

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Le giornate al Centro Grandi Ustionati dell’ospedale Niguarda di Milano seguono un protocollo di attesa e speranza che non ammette pause. Per la famiglia di Sofia, la sedicenne studentessa del Liceo Virgilio ferita nel rogo di Crans Montana la notte di Capodanno, la vita si è fermata tra le corsie della terapia intensiva. “Siamo sempre tutti insieme, abbiamo scelto di non alternarci”, racconta Mattia Donadio, 26 anni, fratello maggiore della ragazza, in un’intervista al Corriere della Sera. “Approfittiamo delle prime ore del mattino per lavorare o fare commissioni, poi passiamo tutta la giornata qui”.

Il quadro clinico e il trauma psicologico

Il percorso che attende Sofia è estremamente complesso. Secondo quanto riferito dal fratello, la prognosi non si misura nel breve periodo: “La guarigione sarà un processo lungo, non si parla di mesi ma di anni. Il rischio di infezioni è altissimo”. Oltre alle ustioni, preoccupano i danni da inalazione: “A Crans hanno respirato la fuliggine e le sostanze tossiche dei pannelli fonoassorbenti”. L’evento ha lasciato ferite profonde anche in chi non era tra le fiamme. Mattia riferisce lo sviluppo di una sindrome post-traumatica che accomuna molti familiari: “Molti fra noi hanno scoperto di avere una grandissima paura dei luoghi chiusi. Appena entriamo in luoghi sotterranei, come i parcheggi o alcune palestre, cerchiamo subito l’uscita di sicurezza”. In questo senso, l’ospedale sta garantendo ai parenti un supporto psicologico costante.

La notte dell’incendio: il ritrovamento a Losanna

Mattia ripercorre i momenti drammatici della notte del 31 dicembre. Sofia era ospite di una compagna di classe e i fratelli, arrivati in Svizzera all’ultimo momento, si sono trovati nel cuore dell’emergenza. “Abbiamo riconosciuto Sofia dalle unghie“, ricorda Mattia, aggiungendo che due ragazzi francesi si sono presi cura di lei nelle prime fasi. Dopo il primo soccorso, la ragazza è stata “persa” per circa tre ore durante il trasferimento: “Chiamando tutti gli ospedali l’abbiamo ritrovata a Losanna. Intanto vedevamo altri ragazzi ustionati che parlavano, camminavano, poi all’improvviso peggioravano”. Attualmente la giovane è in terapia intensiva, dove riceve stimoli dai familiari durante i brevi momenti di risveglio: “Le parliamo molto. Aiuta lei e anche noi a essere più forti. Vederla attaccata ai macchinari non è facile”.

La richiesta di giustizia e la rete di solidarietà

Sulle responsabilità del rogo, la posizione della famiglia è netta e priva di acredine: “Cerchiamo tutti giustizia, non vendetta e abbiamo fiducia nella magistratura. Non mi guardo indietro: ora è importante restare nel presente, essere oggettivi e lucidi”. A sostenere la famiglia è un’eccezionale mobilitazione che attraversa il confine tra Italia e Svizzera. Al Niguarda giungono quotidianamente offerte di aiuto da ristoratori e privati cittadini, oltre a raccolte fondi e messaggi di supporto. In terra elvetica, la risposta non è stata da meno: “Duecento famiglie ci hanno offerto gratuitamente casa a Losanna quando Sofia era ricoverata lì. Quando starà bene le faremo conoscere chi ci ha ospitato”. Mattia definisce il personale del Niguarda — medici, infermieri e OSS — come “parte della famiglia”, sottolineando l’eccellenza delle cure ricevute.