
Il presidente Usa Donald Trump, promotore dell’iniziativa, aveva invitato letteralmente mezzo mondo a prendervi parte ma al momento ha ottenuto un ristretto numero di adesioni
L’edizione 2026 del meeting annuale del World Economic Forum di Davos passerà probabilmente alla storia soprattutto per la firma dell’atto costitutivo del Board of Peace su Gaza. Un club “esclusivo” suo malgrado, considerando che il presidente statunitense Donald Trump, promotore dell’iniziativa, aveva invitato letteralmente mezzo mondo a prendervi parte ottenendo però al momento un ristretto […]
L’edizione 2026 del meeting annuale del World Economic Forum di Davos passerà probabilmente alla storia soprattutto per la firma dell’atto costitutivo del Board of Peace su Gaza. Un club “esclusivo” suo malgrado, considerando che il presidente statunitense Donald Trump, promotore dell’iniziativa, aveva invitato letteralmente mezzo mondo a prendervi parte ottenendo però al momento un ristretto numero di adesioni. I duri e puri della vicinanza all’attuale amministrazione Usa. O comunque quelli che più avrebbero avuto da perdere in caso di rifiuto. È il caso, ad esempio, del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Nonostante la presenza nel Board anche di paesi mediorientali che lo Stato Ebraico considera sponsor di Hamas, Netanyahu ha confermato la volontà del governo israeliano di aderire. Il motivo potrebbe risiedere nella volontà di avere voce in capitolo nei progetti riguardo alla Striscia di Gaza. Ed eventualmente farli naufragare, se invisi a Israele.
Turchia ed Emirati Arabi Uniti, proprio due dei paesi contro i quali Israele punta il dito, hanno aderito per non perdere l’occasione di ritagliarsi un ruolo di primo piano in un Medio Oriente di sempre più difficile lettura e lo stesso ragionamento vale per Arabia Saudita, Qatar e Giordania. Il presidente russo Vladimir Putin ha confermato la volontà di portare Mosca nel Board, un’occasione troppo ghiotta per il Cremlino per salire sul carro di un’iniziativa che rappresenta uno schiaffo all’ordine globale basato sul diritto internazionale.
Ungheria e Bulgaria sono gli unici paesi dell’Unione Europea ad aver aderito, con la presenza a Davos dei rispettivi primi ministri, Viktor Orban e Rosen Zhelyazkov. Sulla decisione magiara ha pesato l’atteggiamento controcorrente di Budapest, sempre più distante dalle posizioni di Bruxelles e vicina a quelle trumpiane. I risultati ci sono: basti pensare all’esenzione concessa da Trump lo scorso novembre all’Ungheria per gli acquisti di gas naturale e petrolio russi. Non poteva ovviamente mancare poi l’Argentina del presidente ultraliberista Javier Milei. Anche in questo caso, a pesare sono soprattutto i soldi: come i 20 miliardi di sostegno monetario a Buenos Aires messi sul tavolo dal presidente statunitense lo scorso ottobre. Chiudere la porta in faccia agli Stati Uniti in questa fase economica sarebbe stato impensabile per il paese sudamericano.
L’adesione del Pakistan è legata soprattutto al riavvicinamento che si è registrato negli ultimi mesi con gli Stati Uniti, dopo anni di rapporti gelidi. Una dinamica innescata anche dagli ottimi rapporti tra Trump e il capo delle forze armate pachistane, il generale Asim Munir, e dalla crisi economica che colpisce il paese asiatico e che rende necessario andare a caccia di investimenti a ogni latitudine. A guidare Kazakistan e Uzbekistan è invece stata la necessità di visibilità internazionale e il vedere negli Usa un partner che può fornire grandi concessioni politiche ed economiche. L’organismo nato a Davos sembra avere pochissimo a che fare con Gaza e molto con l’opportunismo.