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Un articolo russo celebra la ‘conquista’ della Groenlandia: la convergenza Putin/Trump è profonda

Da un editoriale di Rossiyskaya Gazeta, quotidiano governativo, emerge una profonda condivisione ideologica: brutalità, imperialismo, disprezzo del diritto. Ma questo non è un caso

Da un editoriale di Rossiyskaya Gazeta, quotidiano ufficiale del governo della Federazione Russa:

Se Trump riuscisse a portare a termine l’annessione della Groenlandia entro il 4 luglio 2026, data in cui gli Stati Uniti celebreranno il 250º anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, egli diventerebbe senza dubbio una delle figure storiche destinate a incarnare la grandezza americana.
Con la Groenlandia, gli Stati Uniti diverrebbero il secondo Paese più esteso al mondo, subito dopo la Russia, superando il Canada per superficie. Per gli americani, un simile risultato sarebbe paragonabile a eventi di portata planetaria come l’abolizione della schiavitù sotto Abraham Lincoln nel 1862 o le grandi conquiste territoriali delle guerre napoleoniche.
Tutti dimenticheranno rapidamente gli attuali contatti diplomatici con la Danimarca relativi a un futuro accordo, considerandoli episodi momentanei e, in ultima analisi, inutili. Ma se, grazie a Trump, la Groenlandia dovesse entrare a far parte degli Stati Uniti, ciò sarebbe per sempre. Il popolo americano non dimenticherebbe un simile traguardo.
A ostacolare questa svolta storica del presidente degli Stati Uniti vi sono tuttavia l’ostinazione di Copenaghen e la solidarietà, perlopiù simbolica, di alcune capitali europee intransigenti, comprese quelle dei cosiddetti “amici dell’America”, come Gran Bretagna e Francia. L’Europa non ha alcun interesse nella grandezza americana che Trump sta promuovendo. Bruxelles e i suoi alleati puntano a logorare il presidente statunitense in vista delle elezioni congressuali di metà mandato, impedendogli di concludere l’accordo più importante della sua vita. I leader del Vecchio Continente, apertamente ostili a Trump, fanno di tutto per intrappolarlo in negoziati infiniti sulla Groenlandia.
Per il presidente americano sarebbe pericoloso fare marcia indietro su questo dossier: ciò indebolirebbe immediatamente la posizione del Partito Repubblicano nelle imminenti elezioni congressuali e renderebbe probabile una maggioranza democratica al Congresso, con tutte le conseguenze del caso. Al contrario, una rapida annessione prima delle elezioni di midterm potrebbe invertire questa tendenza politica.
Se Trump raggiungesse il suo obiettivo, l’isola — con una popolazione di appena 57.000 abitanti — diverrebbe la più grande acquisizione territoriale nella storia degli Stati Uniti. In tal modo, l’attuale presidente riuscirebbe là dove i suoi predecessori avevano fallito nel 1867 e nel 1946.

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Questo sussurra Putin all’orecchio del Presidente americano; toccando con precisione chirurgica tutti i tasti notoriamente sensibili: grandezza storica, culto dell’eredità personale, disprezzo per l’Europa, paura delle elezioni di Midterm. Che dire?

Emerge una profonda condivisione ideologica: brutalità, imperialismo, disprezzo del diritto. Ma questo non è un caso: Putin ha investito per quarant’anni delle fortune su Trump (cosa che non si dice mai), si può dire che lo ha cresciuto nell’ombra. Perciò le schermaglie pubbliche servono soltanto alla platea; la convergenza strategica resta.

È poi evidente il tentativo congiunto di Trump e Putin di distruggere la Nato dall’interno. Un’azione militare americana contro un alleato europeo renderebbe la Nato impraticabile. Questo non ha nulla a che vedere con la “sicurezza” russa: eliminare la NATO libererebbe Putin dai vincoli che oggi limitano i suoi sogni imperiali e le sue guerre di conquista. È uno degli obiettivi ‘storici’ del Cremlino.

Terzo punto: l’Europa è sotto attacco da due lati, lo dicono Trump e Putin. Inoltre, i documenti strategici americani, e indiscrezioni credibili dal Pentagono, indicano l’obiettivo di sciogliere l’Unione Europea dall’interno. Come? Diffondendo nichilismo, passività, sostenendo e finanziando forze di estrema destra. La Heritage Foundation, nelle sue analisi, parla apertamente dell’attesa per un esito elettorale in Francia che porti al potere un alleato utile alla disgregazione dell’Ue. È una convergenza d’interessi tra Washington trumpiana e Mosca, che interessa anche la Cina: un’Europa divisa è più debole, più ricattabile, più manipolabile.

Che fare? Le esperienze recenti mostrano che Trump si ferma solo davanti alla forza. È accaduto con la Cina: quando Pechino ha minacciato di chiudere l’accesso alle terre rare, Trump ha ritirato i dazi. È successo di nuovo ieri, quando Von der Leyen ha sventolato il nostro bazooka commerciale. L’Europa ha un mercato di 450 milioni di consumatori. Un uso coordinato di questa leva produrrebbe un impatto immediato sui prezzi negli Stati Uniti: un nervo scoperto per gli elettori di Trump. Sarebbe costoso anche per l’Europa, ma l’impatto americano sarebbe più duro e politicamente destabilizzante.

La promessa di Trump di ieri di non usare la forza contro la Groenlandia è poco credibile. Anche a Davos il Presidente ha ribadito che la sfida con l’Europa è esistenziale: la partita è solo rinviata. Perciò non è il momento di esitare o blandire chi sovverte l’ordine internazionale. È il momento di essere pronti ad usare tutta la forza legittima disponibile.