Politica

Al concorso per guide turistiche solo 230 idonei: perché non me la sento di demonizzare la selezione

La domanda sorge legittima: in un mercato come quello attuale aveva senso realizzare un impianto selettivo di questo tipo?

“Dopo tredici anni di attesa, rinvii, ricorsi e riforme annunciate, lo Stato italiano ha finalmente rimesso mano al dossier delle guide turistiche. Il suo tassello più visibile – e decisivo – è il primo bando nazionale di abilitazione” si legge sul Corriere della Sera, in un pezzo che riprende l’articolo de Il Fatto Quotidiano in cui si anticipa che, nella prova preselettiva tenutasi lo scorso novembre in 8 sedi sparse per il paese, su 12mila candidati arrivati da ogni regione solo 230 sono risultati idonei.

I promossi, in sostanza, sono stati lo 0,7 percento del totale degli iscritti (quasi 30mila) e appena l’1,8 percento di chi si è presentato in aula per svolgere il test – 80 quesiti a risposta multipla a cui rispondere in 90 minuti, con una soglia di idoneità fissata a 25 punti.

Le proteste di alcuni di coloro che non hanno passato la prova preselettiva non hanno tardato ad arrivare sui social. Il senso del malcontento è così riassumibile: ma come, tu Stato finalmente introduci una prova che ha anche l’obiettivo di rimediare a un vuoto normativo decennale e poi la rendi così difficile da decimare il numero di idonei, continuando ad alimentare quello che è l’attuale sistema gravato da abusivismo e da abilitazioni prese all’estero ed esercitate in Italia?

Interpellato dal Corriere, il Mitur ha rivendicato di aver messo in piedi un esame “serio e rigoroso”. In realtà, la struttura della prova – i quiz vertevano su molte materie diverse tra cui archeologia, storia dell’arte e legislazione dei beni culturali – ha creato un sottile collo di bottiglia lungo il quale sono riuscite a transitare pochissime persone rispetto a quelle che si sono prima iscritte e poi presentate alla selezione.

La domanda sorge legittima: in un mercato come quello attuale, dove la specializzazione conta spesso più della cultura generale, aveva senso realizzare un impianto selettivo di questo tipo? Da osservatore esterno alla vicenda non sono in grado di rispondere a questa domanda. Né voglio, però, andare contro a priori a quello che è stato l’esito del concorso.

La selezione per – usando le parole del Mitur – “garantire professionisti qualificati, tutelare i turisti e far emergere il sommerso” è stata stringente? Sì, magari un po’ troppo. Però non possiamo sempre lamentarci: lo facciamo quando alcuni sindacati permettono a gente senza arte né parte di fare carriera nelle pubbliche amministrazioni, continuiamo a farlo quando vengono allestiti bandi pubblici superati solo da un numero esiguo di persone.

Io non voglio giustificare più di tanto l’esito di questo concorso ma al contempo mi chiedo: le potenziali nuove guide turistiche dispongono di un bagaglio culturale personale che permette loro di rispondere a richieste generiche dei turisti stranieri in un inglese fluente? Possono dire, in alternativa, di essere davvero iper-specializzate?

In 15 anni di lavoro come giornalista di viaggi mi è capitato di rado di incontrare una guida poco competente. Al momento in Italia ci sono “solo” 14mila guide turistiche registrate: pochissime, certo, a confronto dei circa 130 milioni di arrivi turistici registrati nel 2024. Questo però non significa che dobbiamo permettere a chiunque di esercitare una professione che richiede studio, preparazione continua, conoscenza approfondita del territorio, capacità di mediazione culturale e una grande responsabilità verso il patrimonio storico e artistico del Paese.

Un commento finale sulla notizia che il ministero abbia di recente rivolto alle guide iscritte all’elenco nazionale la richiesta di diventare anche content creator, pubblicando sui social contenuti da cedere gratis ai canali ufficiali dello Stato – Italia.it su tutti – in cambio di visibilità istituzionale. Non ho voluto fare dietrologia sull’esito del concorso e non voglio farla in questo caso. Dico solo che forse è meglio tenere separate le due cose.

Anche a noi giornalisti di viaggio (e non solo) capita di ricevere ogni tanto dalle redazioni con cui collaboriamo richieste di creare contenuti per i social ausiliari agli articoli che scriveremo. Riceviamo un pagamento per questo? No. Quello arriva per il lavoro principale, i reportage da realizzarsi al ritorno dal viaggio, che devono incentivare il lettore ad apprezzare quella certa destinazione, proprio come dovrebbe fare una guida seria e preparata.