Undici ore davanti ai magistrati, scandite da ricostruzioni, domande e anche emotività. Ma la linea difensiva di Jessica Maric Moretti, comproprietaria insieme al marito Jacques del bar Le Constellation di Crans-Montana, è chiaramente identica a quella del marito Jacques. Tutta colpa degli altri: i camerieri, quelli che ha venduto i panelli fonoassorbenti che hanno trasformato il locale in un camera a gas, il comune che aveva fatto i controlli. La donna, dopo il lungo confronto con gli inquirenti, ha lasciato la procura di Sion senza rilasciare dichiarazioni, ma dall’interrogatorio emerge una linea difensiva aggressiva che già su dovrà scontrare con le dichiarazioni opposte di altri testimoni.
Come Jacques, anche Jessica — indagata per omicidio colposo, lesioni e incendio colposo — respinge ogni accusa e prova a smontare, punto per punto, l’impianto dell’inchiesta che ruota attorno alla tragedia costata la vita a 40 giovani e che ha provocato 116 feriti. Una strategia che punta ad allargare il perimetro delle responsabilità, chiamando in causa appunto il Comune di Crans-Montana per i mancati controlli e il personale del locale per la gestione concreta di una serata rivelatasi fatale.
“Non sono scappata”
Durante l’interrogatorio la cronologia degli eventi è stata ripercorsa secondo dopo secondo, a partire dalle 1.26 del primo gennaio. Jessica Moretti ha raccontato nuovamente cosa accadde nel locale, soffermandosi in particolare sulle misure di sicurezza. Secondo quanto riferito da Bfmtv, la donna si è mostrata molto provata, piangendo più volte mentre parlava del marito e di Cyane Panine, la cameriera ventiquattrenne morta nel rogo, che ha definito “come una sorellina”. La ragazza con il casco, immortalata in diverse immagini, per cui la famiglia sta combattendo una battaglia per evitare che la strategia difensiva dei Moretti faccia convogliare le responsabilità su di lei.
“Non sono scappata dal Constellation – ha detto – sono uscita per chiamare i soccorsi”. Una frase che serve a respingere l’ombra dell’omissione di soccorso e che ricalca quanto già dichiarato nelle ore immediatamente successive alla tragedia: l’impossibilità di rientrare nel locale a causa della folla in fuga e l’attesa all’esterno dell’arrivo del marito. Proprio su quei minuti, però, si concentra l’attenzione degli avvocati delle famiglie delle vittime. Alcuni testimoni sostengono di aver visto la donna scappare con la cassa e il relativo incasso della serata, che prevede 140 franci per l’ingresso e 500 franchi per ogni bottiglia di champagne.
Lo show con champagne e candele
Il legale di parte civile Romain Jordain ha consegnato alla procura immagini che ritrarrebbero Jessica mentre filma con il cellulare l’ingresso in sala delle bottiglie di champagne con le candele scintillanti, una delle quali avrebbe poi innescato l’incendio. Un elemento che contrasta con quanto dichiarato dalla donna nel primo interrogatorio, quando aveva detto di non avere foto o video di quella sera. Anche su questo punto Jessica nega qualsiasi cancellazione di contenuti dal telefono.
Altro nodo centrale è proprio lo show con champagne e candele pirotecniche, una pratica in uso nel locale da circa dieci anni. Jessica ammette di avervi partecipato e di aver dato indicazioni al personale, ma nega che l’idea fosse sua o del marito: “È stata un’iniziativa dei ragazzi”, ha sostenuto, spiegando di aver raccomandato prudenza, invitando a tenere le bottiglie inclinate. Un dettaglio che per gli inquirenti apre interrogativi pesanti: se non percepiva alcun pericolo, perché suggerire precauzioni? Una stata smentita da un’altra cameriera che invece è sopravvissuta e testimoniato: Louise Leguistin ha dichiarato a verbale agli inquirenti che era Jessica a chiedere di andare a prendere caschi e travestimenti.
Le parti civili: “Interrogatori incompleti”
La risposta segue ancora una volta la linea già vista con Jacques: i pannelli fonoassorbenti del soffitto erano ritenuti a norma, e lei non sapeva che fossero altamente infiammabili. Anche sul controllo dei clienti e sulla presenza di minorenni, Jessica scarica le responsabilità sul personale e sugli addetti alla sicurezza. “Controllavano loro i documenti”, ha detto, ribadendo di aver dato disposizioni precise sul divieto di servire superalcolici ai minori.
Intanto il clima attorno all’inchiesta resta teso. Jacques Moretti è ancora in stato di arresto, in attesa della decisione del Tribunale per le misure coercitive che potrebbe concedergli la libertà dietro una cauzione di 200 mila franchi. Una prospettiva che, secondo alcuni legali delle parti civili, rischia di provocare una forte reazione dell’opinione pubblica. Gli avvocati delle famiglie delle vittime parlano apertamente di interrogatori incompleti e chiedono nuove udienze. Dal fronte opposto, i difensori dei coniugi Moretti sottolineano invece la “necessità di sentire altre persone”. Un riferimento neppure troppo velato all’amministrazione comunale di Crans-Montana, finita sotto i riflettori per l’assenza di controlli negli ultimi cinque anni e che proprio in queste ore ha annunciato un improvviso rafforzamento delle verifiche, anche tramite una ditta privata.
