
Una anticipazione della puntata in onda il 25 gennaio rivela i rischi di un software di gestione centralizzata installato dal 2019 su circa 40mila computer. Dal Ministero: "Nordio informato, aspettiamo di vedere l'inchiesta"
Mentre la politica rimestava sulla “centrale di spionaggio” di Giangaetano Bellavia e sulle ceneri del Garante della Privacy, Report porta alla luce un fronte decisamente più esplosivo: dal 2019 oltre 40mila computer in dotazione a procure e tribunali italiani possono essere spiati grazie a un software comunemente installato negli uffici. A sollevare formalmente il problema […]
Mentre la politica rimestava sulla “centrale di spionaggio” di Giangaetano Bellavia e sulle ceneri del Garante della Privacy, Report porta alla luce un fronte decisamente più esplosivo: dal 2019 oltre 40mila computer in dotazione a procure e tribunali italiani possono essere spiati grazie a un software comunemente installato negli uffici.
A sollevare formalmente il problema era stato la procura di Torino segnalandolo subito al Ministero della Giustizia ma – sempre secondo la ricostruzione di Report – la questione venne rapidamente “archiviata” ai vertici del Ministero, dopo un intervento attribuito – nel racconto di un dirigente – alla Presidenza del Consiglio.
Documenti, testimonianze audio e video raccolti dalla trasmissione dimostrano che su circa 40.000 postazioni dell’amministrazione giudiziaria – dai dipendenti amministrativi fino a giudici e procuratori di ogni ordine e grado – è installato un software in grado, almeno potenzialmente, di consentire forme di controllo e videosorveglianza remota delle attività dei magistrati.
Il programma si chiama ECM/SCCM (Endpoint Configuration Manager, già System Center Configuration Manager) ed è un prodotto di Microsoft, progettato per la gestione centralizzata dei dispositivi informatici: installazione di software, aggiornamenti, configurazioni da remoto. Uno strumento largamente utilizzato in contesti aziendali, scuole, grandi reti commerciali, perfino per la gestione di totem e chioschi automatici, ma del tutto inadeguato – secondo diversi esperti – per postazioni che trattano atti giudiziari, segreti istruttori e fascicoli sensibili dello Stato.
Dal 2019, secondo quanto emerge dall’inchiesta, il software è stato installato in modo capillare dai tecnici del Dipartimento per i servizi tecnologici del Ministero della Giustizia su tutti i dispositivi di procure, tribunali e uffici giudiziari italiani. Nelle configurazioni ufficiali il controllo remoto risulta disattivato, ma qualsiasi tecnico dotato di privilegi di amministratore può riattivarlo senza che l’utente – il magistrato – ne venga informato e senza lasciare tracce facilmente verificabili delle operazioni compiute.
“Il caso è stato sollevato da una importante Procura italiana nel 2024 e messo a tacere dai dirigenti del Ministero su richiesta – secondo quanto raccontato da un dirigente ministeriale -, della Presidenza del Consiglio, fornendo rassicurazioni che però come dimostrerà Report con documenti e testimonianze esclusive non corrispondono a verità”, spiega Sigfrido Ranucci sulla sua pagina facebook.
“I procuratori, i magistrati, i giudici non sanno che mentre pensano di essere da soli nelle loro stanze a lavorare su indagini e provvedimenti, c’è sempre un occhio puntato sui loro computer. Qualcuno può osservare tutto, in ogni momento della giornata, da quando accendono il pc a quando lo spengono”, racconta un testimone chiave dell’inchiesta. Un’accusa pesantissima, che apre interrogativi inquietanti sull’indipendenza della magistratura e sulla sicurezza delle infrastrutture digitali dello Stato.
La linea del Ministero è quella di attendere la messa in onda del programma per vedere cosa verrà mostrato e solo successivamente decidere il da farsi. Per ora non c’è una risposta ufficiale, ma fonti interne sentite dal Fatto ammettono che software che consentono di agire da remoto e con il potenziale per trasformasi in “trojan” esistono, ma sarebbero “completamente disattivati”.
La trasmissione di Ranucci aveva chiesto spiegazioni ma via Arenula, dopo un consulto con il Gabinetto, ha deciso di non rispondere alle richieste anche perché avevano ad oggetto “contratti secretati”. L’amministrazione ha acquistato e rinnovato licenze Microsoft Enterprise Agreement, che costituiscono la base legale delle installazioni dei software Microsoft sui suoi dispositivi.
L’inchiesta completa va in onda domenica su Rai3 alle 20.30.