
Progetti sanitari, agricoli e formativi a sostegno della popolazione. Il taglio dei fondi statunitensi ha avuto un impatto devastante sul Paese africano
“Galeotto, per così dire, è stato il Covid. Quando è scoppiato, infatti, la Fondazione Magis ha subito rafforzato il suo impegno in Ciad, terzultimo Paese al mondo rispetto all’indice di sviluppo umano. Sia perché in Ciad c’è Le Bon Samaritain, complesso universitario ospedaliero gestito dai gesuiti. E sia perché le previsioni dell’Oms erano catastrofiche sia […]
“Galeotto, per così dire, è stato il Covid. Quando è scoppiato, infatti, la Fondazione Magis ha subito rafforzato il suo impegno in Ciad, terzultimo Paese al mondo rispetto all’indice di sviluppo umano. Sia perché in Ciad c’è Le Bon Samaritain, complesso universitario ospedaliero gestito dai gesuiti. E sia perché le previsioni dell’Oms erano catastrofiche sia per quel Paese che per l’Africa in generale. Così a settembre 2020 sono arrivata in Ciad e abbiamo iniziato con l’installazione di un laboratorio di biologia molecolare e ora sono qui da più di cinque anni”. Sabrina Atturo, cooperante internazionale, lavora da oltre quindici anni per la Fondazione Magis che, oltre a progetti sanitari, come quello in Ciad, gestisce progetti agricoli e formativi.
Nel laboratorio di biologia molecolare, realizzato grazie al finanziamento da parte dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e al co-finanziamento dei donatori privati, la Fondazione ha organizzato i primi test Covid e ha realizzato uno studio di sieroprevalenza nazionale, unico in Ciad, che ha dimostrato come il virus sia circolato molto ma i cittadini ciadiani fossero più resistenti, “Questo ha evitato la catastrofe: le ragioni non sono chiarissime, gli studi continuano”, spiega la cooperante.
Il progetto Covid ha permesso alla Fondazione di conoscere meglio le condizioni sanitarie. “È un paese fragile dal punto di vista sanitario, con una presenza medica ben sotto alla media dell’Oms. Uno dei nostri compiti è stato fin da subito quello di rafforzare la formazione professionale del personale sanitario degli ospedali e centri di salute. Centri di primo livello dove la popolazione può accedere subito se presenta sintomi come febbre, dissenteria, o altro. Ma in questi centri”, continua Sabrina Atturo, “abbiamo realizzato anche campagne di sensibilizzazione e prevenzione, come screening per il diabete, l’Hiv, l’epatite B per le donne incinte e, nei villaggi, la campagna contro la malnutrizione infantile”.
Un altro obiettivo della Fondazione è stato quello di rafforzare gli ospedali, in particolare quelli della capitale Le Bon Samaritain e Notre Dame des Apotres, e quello di Goundi. “Negli ospedali”, continua, “abbiamo acquistato apparecchiature nuove e anche aperto la prima unità di lotta contro i cancri ginecologici in Ciad: abbiamo iniziato a fare screening alle donne sia per il cancro al seno che per quello al collo dell’utero, oltre che, come dicevo, una grande campagna per la prevenzione dell’epatite B, che qui ha una prevalenza molto più alta dell’Hiv (4% quest’ultimo, 10% la prima) e meno aiuti internazionali. In particolare, abbiamo bloccato la trasmissione verticale dell’epatite B da mamma a bambino per 500 nuovi nati”.
Rispetto alle carenze nutrizionali, la Fondazione Magis si è mobilitata per fare sensibilizzazione. Così, con equipe di infermieri formati e nutrizionisti, sono andati nei villaggi, soprattutto per aiutare le donne a riconoscere i segni della malnutrizione infantile e capire quando andare subito in ospedale. Ma, anche, per scoraggiare pratiche senza alcune valore scientifico. “Un esempio? Quella di fare intagli sul ventre di bambini che piangono per il mal di pancia e mettere erbe all’interno di questi intagli, ottenendo purtroppo solo un peggioramento del bambino”, spiega Sabrina Atturo. “Spesso qui si pensa ancora che le malattie siano un destino, un volere divino, una punizione per essersi comportati male”.
In Ciad, i fondi per la salute dipendono molto dall’aiuto esterno. Il taglio dei fondi statunitensi ha avuto un impatto forte, la guerra nel vicino Sudan ha fatto arrivare moltissimi rifugiati, su cui sono stati dirottati fondi, anche per evitare collassi sanitari nei centri profughi. In tutto ciò, oltre al contesto politico instabile e molta corruzione, si inserisce anche la questione del cambiamento climatico, che aggrava la malnutrizione. “Ci sono periodi sempre più lunghi di siccità, le stagioni delle piogge si sono accorciate e sono più irregolari con temporali violenti e brevi che creano enormi disagi, mentre l’acqua si disperde. Tutto questo ha ripercussioni sulla produzione agricola”, spiega la cooperante.
Una realtà non facile dunque, anche per sanitari, cooperanti, volontari. Come si affronta, anche a livello emotivo? “Vivere in comunità internazionale aiuta, ci sentiamo una famiglia, ci supportiamo vicendevolmente”, racconta. “D’altronde abbiamo scelto di dedicare la nostra vita a loro, è il senso della nostra missione. Inoltre, vedere, ad esempio, che un bimbo malnutrito e in fin di vita viene ospedalizzato, ben alimentato e riprende a sorridere, vedere la mamma contenta di riportarlo in salute nel villaggio dà sempre una profonda gioia. Il sogno sarebbe salvare il mondo intero ma anche sapere che un bambino è stato strappato a un destino nefasto scaccia la sensazione di impotenza. È questo ci fa andare avanti ogni giorno”.