
Il pool di corrispondenti della Casa Bianca ritiene che 35 leader abbiano accettato, su 50 inviti fatti da Washington. La decisione di Berlino anticipata da Der Spiegel: la proposta del tycoon viene considerata “un progetto alternativo alle Nazioni Unite". In Italia il Pd attacca il governo Meloni: "Ci aspettiamo che il nostro Paese dica no"
Chi dice sì, chi dice no, chi dice “vedremo”. Se Israele, con il premier Benjamin Netanyahu ha accettato l’invito di Donald Trump a far parte del “Board of Peace“, l’organizzazione internazionale a guida statunitense istituita dal presidente degli Stati Uniti con l’obiettivo di ricostruire la Striscia di Gaza in seguito al conflitto nato come risposta […]
Chi dice sì, chi dice no, chi dice “vedremo”. Se Israele, con il premier Benjamin Netanyahu ha accettato l’invito di Donald Trump a far parte del “Board of Peace“, l’organizzazione internazionale a guida statunitense istituita dal presidente degli Stati Uniti con l’obiettivo di ricostruire la Striscia di Gaza in seguito al conflitto nato come risposta dello Stato ebraico alla strage del 7 ottobre 2023 firmata da Hamas, la Casa Bianca si trova dinanzi a pareri negativi come quello della Germania, e alla cautela del Vaticano. Se Trump intende il Board anche come un nuovo spazio di coordinamento diplomatico globale, non tutti si allineano a questa visione.
In questo scenario, significative sono le dichiarazioni del cardinale Pietro Parolin: “Il Papa ha ricevuto l’invito e stiamo vedendo che cosa fare, stiamo approfondendo”. Per Parolin si tratta di “una questione che esige tempo per dare la risposta. Credo che la richiesta non sarà quella di partecipare economicamente perché noi non siamo in grado”.
Il pool di corrispondenti della Casa Bianca ritiene che l’assenso alla proposta sia arrivato da 35 leader mondiali, su un totale di circa 50 inviti.
Fra coloro che hanno aderito, l’Argentina ha confermato la propria partecipazione alla riunione convocata dal presidente Usa per formalizzare il Consiglio di Pace che sarà presentato giovedì a Davos, nel centro congressi del Forum economico mondiale. A rappresentare Buenos Aires sarà il presidente Javier Milei, atteso alla cerimonia di firma prevista alle 10 ora locale, secondo quanto riferito da fonti della Casa Rosada a media argentini. Lo stesso ha fatto l’Azerbaigian, che si è detto “come sempre pronto a contribuire attivamente alla cooperazione internazionale, alla pace e alla stabilità”, ha affermato il Ministero degli Esteri azero in una nota. Nel campo delle adesioni, si registrano quelle dell’Albania – il parlamento ha votato oggi in modo favorevole – del Kosovo, e del Pakistan.
Nella lista delle nazioni che rifilano un ‘no’ al presidente Trump c’è la Germania. Il settimanale tedesco Der Spiegel anticipa che la Germania non intende partecipare al Consiglio per la pace perchè la proposta del tycoon viene considerata “un progetto alternativo alle Nazioni Unite” e Berlino, al contrario “intende rafforzare l’ordine internazionale con le Nazioni Unite e la loro carta”. La Svezia non parteciperà all’iniziativa con il testo finora presentato, ha dichiarato il primo ministro Ulf Kristersson ai giornalisti a Davos. Anche la Norvegia e la Francia hanno fatto sapere che non entreranno a far parte del consiglio nella sua attuale configurazione, mentre il Regno Unito ha espresso preoccupazione per la sua composizione, poiché al presidente russo Vladimir Putin e al suo omologo bielorusso, Alexander Lukashenko, sono stati offerti incarichi nel consiglio.
Trump ha confermato di aver chiesto anche al presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva di partecipare all’iniziativa. Secondo Cnn Brasil, tuttavia, il governo di Brasilia guarda con prudenza all’invito. Fonti dell’esecutivo citate dall’emittente parlano di resistenze all’interno del Planalto, dove prevale la preoccupazione che, per come è stato concepito, il Consiglio finisca per concentrare un potere eccessivo nelle mani del presidente degli Stati Uniti. Al momento non è arrivata una conferma ufficiale da parte brasiliana sulla partecipazione di Lula.
E l’Italia? La posizione del governo Meloni fino a ora non è chiara. A rilevarlo è l’opposizione con il senatore Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd: “Dai mezzi di informazione scopriamo che l’Italia dovrà presto decidere se dire sì o no a questa sorta Onu dimezzata a pagamento che è sostanzialmente il Board of Peace e noi ci aspettiamo che il nostro Paese dica di no. Ad un anno dalla seconda presidenza Trump non siamo più alle tensioni episodiche, ma siamo di fronte a una vera e propria crisi internazionale aperta provocata dal nazionalismo aggressivo degli Usa al quale questa maggioranza non riesce a dire di no”.