Mafie

Il procuratore brasiliano Gakiya in Italia loda le misure antimafia: non sa che qui tanti sperano nella loro revoca

Fortunatamente nessun parlamentare italiano si è preso la briga di spiegare al Procuratore che qui da noi in tanti si augurano l’annientamento di queste misure

Arriva dal Brasile il “fantasma del Natale futuro” e in Commissione Antimafia, grazie al procuratore Lincoln Gakiya – decano dell’Ufficio del Pubblico Ministero dello Stato di San Paolo – l’Italia si specchia nel suo migliore “made-in”: politiche sociali, carceri degne, 41 bis, indagini finanziarie, misure di prevenzione patrimoniali, lotta alla corruzione politica e dei colletti bianchi. Un “film” noto in Italia, che qualcuno però vorrebbe cancellare dalle teche.

L’audizione che si è svolta a Palazzo San Macuto si colloca nella serie dedicata meritoriamente ai rapporti con il Sud America volti soprattutto ad aumentare la capacità italiana si interferenza nel narcotraffico, principale motore di accumulazione illecita di capitali per le organizzazioni criminali transnazionali.

Il procuratore Gakiya ha sulle spalle 35 anni di servizio nel Pubblico Ministero, sempre a San Paolo, quasi tutti spesi contro l’organizzazione criminale più vicina alla mafia italiana che è il PCC, il Primo Comando della Capitale. Ha cominciato a lavorare nel 1991 e racconta con commozione di aver assistito in tv ai servizi sulle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, riconoscendo in Falcone e Borsellino dei modelli universali.

Il Brasile e in particolare il porto di Santos nello Stato di San Paolo sono diventati una specie di gigantesco imbuto che raccoglie la cocaina prodotta tutta attorno per spedirla via mare sul ghiotto mercato europeo, dove un chilo di cocaina acquistato a mille dollari può essere rivenduto anche a 80mila dollari. Il grande broker del mercato sudamericano è da anni in maniera indiscussa il PCC, che ha a sua volta un partner inossidabile per capacità e capillarità: la ‘ndrangheta italiana. L’ultimo carico intercettato da una operazione di polizia internazionale al largo delle coste europee pesava oltre dieci tonnellate. Chissà quanti altri sono arrivati a destinazione!?

Il Procuratore è da anni sulla lista dei condannati a morte, quando si muove (poco e soltanto tra ufficio e casa) lo fa con un dispositivo di settanta uomini a protezione, senza farsi troppe illusioni: gli omicidi “eccellenti” purtroppo in Brasile ad opera del PCC si consumano con macabra efficienza. Ma oltre all’analisi del fenomeno, ciò che davvero colpisce della testimonianza del procuratore sono alcune precise riflessioni che alle nostre orecchie suonano (o dovrebbero suonare!) come una sveglia. Quali? Eccone alcune.

Come nasce il PCC? Nasce in carcere come reazioni da parte di alcuni detenuti a condizioni ritenute inumane e degradanti, una sorta di “mutua criminale” in anni nei quali lo Stato ci andava con la mano pesante e i morti nella repressione delle rivolte che scoppiavano si contavano a decine. Come a dire: a chi conviene lasciare le carceri italiane sovraffollate e mortificanti? Era proprio necessario criminalizzare penalmente la disubbidienza passiva, come hanno fatto Nordio e Meloni?

Perché il PCC si diffonde in tutto il Brasile diventando, come le mafie nostrane, una sorta di Stato parallelo capace addirittura di generare una sorta di “simpatia” tra la gente più povera? Perché in assenza di risposte concrete da parte dello Stato sul piano delle politiche sociali, in tanti hanno trovato conforto nei “favori” della malavita. Come a dire: a chi conviene la programmata devoluzione di sovranità che il governo Meloni ha messo nero su bianco rispetto al destino delle aree interne del nostro Paese? Perché lasciare milioni di italiani senza accesso a cure mediche essenziali, senza scuole adeguate, senza case popolari, senza infrastrutture essenziali alla mobilità quotidiana e in alcuni casi senza acqua potabile, senza sicurezza alimentare, senza opportunità di lavoro, senza una giustizia prossima ai più vulnerabili?

Cosa bisogna fare per contrastare il PCC? Ispirarsi agli strumenti che l’Italia ha creato in quella stagione tragica ma tenace tra il 1982 e il 1993: il 416 bis. Il Brasile sta faticosamente discutendo l’inserimento di un reato “associativo” sulla scorta del nostro, ma non ci è ancora riuscito; intensificare le indagini finanziarie (cfr. Falcone e Pio La Torre), illuminare soprattutto il passaggio tra il denaro contante con il quale sempre si compra la “dose” in strada e la sua trasformazione in criptovaluta funzionale al riciclaggio; introdurre misure di prevenzione patrimoniali cioè sequestri e confische basate sulla inversione dell’onere della prova. Sì, lo ha proprio detto, in portoghese, certo, ma la traduttrice non ha avuto esitazione: è il sospettato che deve dimostrare la provenienza lecita delle ricchezze sproporzionate di cui dispone e non viceversa. Questo è la battaglia “politica” più importante per il Procuratore, perché il Brasile questo strumento non ce l’ha.

Fortunatamente nessun parlamentare italiano si è preso la briga di spiegare al Procuratore che qui da noi in tanti si augurano l’annientamento di queste misure. Al limite qualcuno, in vena di affari, avrà pensato di rivendergliele: usate poco e tenute bene.