Politica

Referendum, lo strappo del governo fa volare la raccolta firme: superata quota 420mila. E i promotori ricorrono al Tar: “Espropriati i diritti”

Impugnata la delibera del Consiglio dei ministri che fissa le urne al 22 e 23 marzo: il ricorso urgente chiede la sospensione dell'atto. Mattarella firma il decreto. Boom dell'iniziativa popolare: obiettivo raggiunto all'80%

La delibera del Consiglio dei ministri che ha fissato al 22 e 23 marzo il referendum costituzionale è un atto “lesivo e illegittimo“, che “rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto” dei cittadini di raccogliere le firme. A poche ore dal blitz del governo sulla data del voto, i promotori dell’iniziativa popolare contro la riforma Nordio […]

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La delibera del Consiglio dei ministri che ha fissato al 22 e 23 marzo il referendum costituzionale è un atto “lesivo e illegittimo“, che “rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto” dei cittadini di raccogliere le firme. A poche ore dal blitz del governo sulla data del voto, i promotori dell’iniziativa popolare contro la riforma Nordio hanno depositato ricorso urgente al Tar del Lazio, chiedendo l’annullamento previsa sospensione in via cautelare del provvedimento.

Il governo, infatti, ha convocato le urne sfruttando la richiesta già depositata dai parlamentari e ammessa a novembre dalla Cassazione, senza aspettare i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, termine entro il quale anche cinquecentomila cittadini (o cinque Consigli regionali) possono agire in questo senso. Una scelta che contraddice l’interpretazione della Carta seguita per tutti e quattro i referendum costituzionali della storia repubblicana, inaugurata nel lontano 2001 dal governo Amato. A motivare il colpo di mano è stato soprattutto il timore del centrodestra di disperdere l’attuale vantaggio del Sì nei sondaggi: poiché il voto va fissato con un anticipo di almeno cinquanta giorni, aspettare il termine della raccolta avrebbe significato tenere il referendum non prima di metà aprile. Intanto, proprio grazie alla forzatura, la mobilitazione ha avuto un boom, raccogliendo cinquantamila nuove firme in poche ore: le sottoscrizioni hanno superato quota 420mila, pari all’84% dell’obiettivo da raggiungere entro il 30 gennaio (qui il link per firmare con Spid o Carta d’identità elettronica).

Lunedì pomeriggio, subito dopo l’annuncio della data, i 15 giuristi promotori, capitanati dall’avvocato Carlo Guglielmi, avevano confermato di voler agire “in tutte le sedi giudiziarie” contro la scelta dell’esecutivo: il ricorso, predisposto nei giorni scorsi, è stato depositato già martedì mattina e compare nel registro generale al numero 374 del 2026, insieme all’istanza di fisssazione dell’udienza. Nell’atto, gli avvocati Pietro Adami e Carlo Contaldi La Grotteria argomentano che i giuristi, nonostante l’ok alla richiesta dei parlamentari, “conservano interesse” a raccogliere le firme “per molteplici ragioni“.

La prima attiene al testo del quesito: in quello già ammesso, infatti, “manca un passaggio essenziale, ossia l’indicazione degli articoli” della Costituzione modificati dalla riforma. La mancanza, sostengono i legali, “non consente agli elettori di cogliere la profonda revisione” della Carta, mentre il quesito dei cittadini, che elenca le sette norme riscritte, “permette di ovviare” a questa “oggettiva evasività“. Secondo i ricorrenti, peraltro, l’indicazione degli articoli è obbligatoria in base alla legge 325 del 1970 che disciplina i referendum. In ogni caso, affermano gli avvocati, “il nodo essenziale ed insuperabile è uno: la data può essere fissata solo dopo che il testo del quesito sia stato definito” dall’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione.

Ma non è tutto: una volta raccolte le cinquecentomila firme, i ricorrenti acquisiranno “lo status di comitato promotore, che, come noto, configura un potere dello Stato. Tale ruolo”, scrivono i legali, “è acquisito in via temporanea e a limitatissimi fini”, uno dei quali “è proprio la tutela del testo del quesito formulato”. Insomma, nella vicenda “non viene in rilievo unicamente il confronto tra i due quesiti proposti, ma anche la presenza sulla scena di un effettivo (contro)potere dello Stato costituito dai sottoscrittori”.

Per questo, si legge nel ricorso, il blitz del governo “rappresenta di fatto l’“espropriazionedel diritto” dei cittadini di promuovere la raccolta firme, “limitando una delle forme di manifestazione della sovranità popolare e impedendo la formazione del comitato promotore; e contraddice il principio fondamentale secondo il quale l’iniziativa parlamentare e quella proveniente dai promotori hanno pari dignità“. Infatti “non si può negare l’interesse dei ricorrenti a conseguire il ruolo di soggetti esponenziali del potere dello Stato, al fine di conseguire tutti i poteri loro riconosciuti nel quadro democratico di divisione e bilanciamento dei poteri”. In questo senso – sottolineano gli avvocati – quella di attendere i tre mesi dalla pubblicazione per fissare la data del voto è “una precisa consuetudine costituzionale, che gli atti oggi impugnati hanno violato”.

A indire formalmente il referendum, però, non è stato il Consiglio dei ministri ma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha firmato l’apposito decreto martedì sera. Il rischio “tecnico” di aver impugnato la delibera del Consiglio dei ministri, quindi, è che il ricorso sia dichiarato inammissibile, perché diretto contro un atto non ancora produttivo di effetti nei confronti della generalità dei cittadini. Dall’altra parte, però, un’azione contro il provvedimento del capo dello Stato avrebbe potuto essere letta come una contestazione a Mattarella: da qui la scelta dei promotori di agire in anticipo.

In questo senso, il ricorso sostiene che il decreto di referendum, per quanto emanato formalmente dal Quirinale, sia un atto “sostanzialmente governativo”, in quanto il suo contenuto è deciso integralmente dal Consiglio dei ministri. Se il Tar accogliesse la richiesta di sospensiva, in teoria il referendum non si potrebbe tenere fino a quando la questione non sia stata decisa nel merito: la via d’uscita più semplice a quel punto sarebbe che Mattarella revocasse il decreto di propria iniziativa. Una volta depositate le firme e assunta la qualità di potere dello Stato, poi, i promotori potrebbero sollevare conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale, che avrebbe i tempi tecnici per dirimere definitivamente la questione prima del voto.