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Referendum, Meloni conferma: “Si vota il 22-23 marzo”. Il governo non aspetta le firme, il Comitato: “Ricorsi pronti”

La premier contro i promotori del No: "Vedo un intento dilatorio nelle polemiche". A questo punto è molto probabile che la questione finisca davanti al Tar

Il governo indicherà nel 22 e 23 marzo i giorni del voto per il referendum sulla separazione delle carriere. Lo ha confermato Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa di inizio anno. “A norma di legge dobbiamo dare la data entro il 17 di gennaio, lo farà il prossimo Consiglio dei ministri: il 22 e 23 marzo è la data più probabile e mi sentirei di confermarla“, ha detto la premier, prima di attaccare il fronte del No alla riforma, che chiede di attendere almeno il 30 gennaio e la fine della raccolta firme per individuare la data del voto. “Vedo un intento dilatorio nelle polemiche, ma non c’è impasse e non c’è da parte nostra nessun intento di forzare. Non abbiamo ragione di forzare, la data del 22-23 marzo ci consentirebbe di portare a casa le norme attuative prima del nuovo Csm“, ha sostenuto ancora.

In realtà quello che ha detto Meloni non corrisponde completamente alla verità. Intanto perché la scelta d’indicare la data del voto senza aspettare la fine della raccolta firme è un evidente strappo da parte dell’esecutivo, che in questo modo si espone al rischio di ricorsi al Tar e di un procedimento davanti alla Corte Costituzionale. Nelle ultime settimane la questione della data del referendum ha provocato roventi polemiche tra i separatisti, favorevoli alla riforma, e i promotori del No. La questione è appunto legata alla raccolta firme promossa da 15 avvocati: c’è tempo fino al 30 gennaio per raccogliere 500mila sottoscrizioni, obiettivo raggiungibile visto che è stata già superata quota 280mila. “La fissazione della data arriva in insopportabile anticipo rispetto alla prassi costituzionale ma al contempo arriva troppo tardi. Ed infatti la cittadinanza si è svegliata e le firme giungono a migliaia ogni ora. La piccola slavina non è stata fermata in tempo diventando valanga. E mostrare paura e disprezzo per gli elettori che si stanno muovendo non pare il modo migliore per arginarla”, dice l’avvocato Carlo Guglielmi, portavoce del gruppo che ha avviato la raccolta, pronto a impugnare il provvedimento del governo davanti al Tar. “Siamo ancora in uno stato di diritto e ne riparleremo nelle sedi giudiziarie deputate, essendo già pronti i relativi ricorsi“.

La questione è legata all’interpretazione delle leggi che regolano la materia. La riforma sulla separazione delle carriere è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre, lo stesso giorno dell’approvazione definitiva- senza i due terzi dei voti dei parlamentari – da parte del Senato. Da quel momento sono iniziati a scorrere i tre mesi di tempo utili per inoltare richiesta il referendum. L’istanza può essere avanzata da un quinto dei componenti della Camera o del Senato, da cinque consigli regionali o da cinquecentomila cittadini. Il 18 novembre la Cassazione ha accolto la richiesta presentata dai parlamentari del centrodestra. Secondo l’articolo 15 della legge del 1970 sull’organizzazione dei refererendum, il presidente della Repubblica – su proposta del Consiglio dei Ministri – può fissare la data del voto della consultazione referendaria entro 60 giorni dalla decisione della Suprema Corte. La data può cadere tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo al decreto con cui il capo dello Stato stabilisce il via libera al referendum. Ecco perché Meloni ha sostenuto di dover indicare il giorno del voto entro il 17 gennaio (60 giorni dopo il 18 novembre, giorno dell’accoglimento da parte della Cassazione della richiesta dei parlamentari). Ed ecco perchè la data prescelta è per il 22 marzo (64 giorni dopo il 17 gennaio).

Questo calcolo, però, non tiene conto del fatto che dal 22 dicembre è partita un’altra richiesta di referendum, questa volta promossa dai cittadini. I promotori della petizione hanno analizzato i quattro precedenti di referendum costituzionali, scoprendo che in passato il governo aveva sempre lasciato tutto il tempo a disposizione per raccogliere le firme. Il governo Meloni, dunque, avrebbe dovuto aspettare fino al 30 gennaio, data ultima per la richiesta dei referendum essendo il limite dei tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale della riforma. Solo a quel punto la Cassazione può ammettere anche il quesito promosso da chi ha raccolto le firme. Da quel momento comincia il periodo di 50-70 giorni in cui il governo deve indicare la data del voto. In questo modo si andrebbe alle urne probabilmente ad aprile, periodo che evidentemente viene considerato troppo inoltrato dall’esecutivo. “Chiediamo che sia lasciato ai cittadini il diritto di firmare”, ha detto Guglielmi al Fatto. A questo punto è molto probabile che la questione finisca davanti al Tar.