Mondo

In Honduras vince Asfura, ma le urne non bastano: a decidere c’è anche l’ombra lunga di Washington

Dietro la retorica della lotta al comunismo, si muove la realtà ben concreta dell’estrattivismo, delle concessioni minerarie, dei mega-progetti energetici

In Honduras, ancora una volta, le urne non bastano. A decidere il futuro del Paese non è solo il voto popolare, ma l’ombra lunga di Washington e di un progetto geopolitico che ha in Donald Trump il suo regista più spregiudicato.

A fine dicembre, in pieno clima natalizio, il Consiglio Nazionale Elettorale ha proclamato vincitore Nasry “Tito” Asfura, candidato conservatore del Partido Nacional, con un margine strettissimo su Salvador Nasralla, al termine di uno scrutinio caotico, interrotto più volte, con sistemi informatici in tilt e un conteggio manuale mai del tutto chiarito.

Però non si tratta solo di una questione tecnica. Per settimane, Trump è intervenuto apertamente nella campagna honduregna: endorsement pubblici per Asfura come “unico vero amico della libertà”, minacce di taglio degli aiuti se avesse perso, retorica dell’“avanzata comunista” per delegittimare gli altri candidati. In un Paese con una storia recente segnata da golpe, frodi e violenza politica, questo non è “normale” sostegno diplomatico: è interferenza diretta in un processo elettorale fragile.

Non a caso, la Red Nacional de Defensoras de Derechos Humanos en Honduras – una rete femminista che da anni protegge attiviste e comunità nei territori – ha denunciato la “ingerencia” statunitense con un forte comunicato del 30 dicembre 2025, come un attacco alla sovranità popolare e segnale della volontà di occupazione politica di lungo periodo. Non si tratta solo di geopolitica astratta: molte di queste difensore lavorano in prima linea contro progetti estrattivi, privatizzazioni e militarizzazione che devastano territori indigeni, contadini e afrodiscendenti.

A complicare ulteriormente il quadro, pochi giorni prima della proclamazione di Asfura, Trump ha concesso il perdono presidenziale a Juan Orlando Hernández, ex presidente honduregno condannato nel marzo 2024 negli Stati Uniti a 45 anni per traffico di cocaina e armi. Il simbolo internazionale del “narco-Stato” centroamericano esce quindi di prigione per una decisione politica che calpesta anni di lotte delle vittime e delle comunità colpite dalla violenza narco-paramilitare. Per le defensoras honduregne, questo indulto non è solo un insulto: è un messaggio chiaro.

Chi ha favorito reti criminali, corruzione e violazioni massicce dei diritti umani può contare sulla protezione di Washington, purché resti allineato agli interessi strategici statunitensi. È una pedagogia dell’impunità che mina alle fondamenta qualunque discorso su “Stato di diritto” e “lotta al narcotraffico”.

La vittoria di Asfura (contestata in modo veemente da Nasralla che ha chiesto il riconteggio dei voti) e il perdono a Hernández vanno letti insieme. Il primo è alleato politico del secondo e rappresenta la continuità di un blocco di potere – politico, imprenditoriale, militare – che ha trasformato l’Honduras in piattaforma per il traffico di droga, laboratorio di zone economiche speciali, territorio di conquista per il capitale estrattivo. Il secondo, liberato, torna a essere una pedina utile in una regione dove gli Stati Uniti vogliono blindare il proprio controllo, anche a costo di sacrificare ogni parvenza di giustizia.

Non è un caso che a congratularsi con entusiasmo per l’elezione di Asfura ci sia anche Javier Milei, presidente argentino e altro tassello della nuova internazionale reazionaria che lega Casa Bianca, destre latinoamericane (José Antonio Kast in Cile, prima ancora Jair Messias Bolsonaro in Brasile) ed élite economiche transnazionali. L’idea è chiara: costruire un blocco politico che, in nome della “libertà” e del mercato, garantisca accesso privilegiato a risorse naturali, basi militari, manodopera a basso costo e governi disciplinati in linea con i diktat della Casa Bianca.

Per molti si parla già della vecchia Dottrina Monroe aggiornata all’era Maga, che in America Latina già viene definita “Dottrina Donroe”: “America per gli americani”, intesi come Stati Uniti, oggi incarnati dal trumpismo 2.0. Dietro la retorica della lotta al comunismo, si muove la realtà ben concreta dell’estrattivismo, delle concessioni minerarie, dei mega-progetti energetici e infrastrutturali che scardinano comunità e ambienti.

In questo scenario, il ruolo della Red Nacional de Defensoras e di tante altre organizzazioni honduregne è cruciale. Non solo documentano violazioni e accompagnano le vittime, ma costruiscono forme di protezione collettiva, reti di cura, spazi di formazione politica e giuridica. Da anni denunciano come le strutture criminali – spesso intrecciate con settori dello Stato – colpiscano in modo particolare le donne che difendono territori, acqua, corpo e comunità.

Per questo la loro presa di posizione contro l’interferenza statunitense e contro l’indulto a Hernández è molto più di un comunicato: è un appello internazionale a non normalizzare l’idea che le elezioni in Honduras siano una variabile dell’agenda di Washington, e che i narco-governi possano essere riciclati quando conviene.

Visto da Roma, potrebbe sembrare un gioco distante. Ma ogni volta che in Europa si accetta senza fiatare la narrativa “stabilità prima di tutto”, ogni volta che governi e imprese chiudono un occhio su frodi elettorali, militarizzazione e criminalizzazione dei movimenti sociali in nome di “interessi strategici”, si legittima esattamente questo modello. Lo stesso che spinge milioni di persone a migrare, che alimenta violenza e disuguaglianze, che trasforma territori in zone di sacrificio per garantire energia, materie prime e sicurezza alle potenze del Nord globale.

Per questo la domanda che dovremmo porci – in Italia, in Europa – non è se Asfura “piaccia” o meno a Washington, ma chi paga il prezzo di questa nuova ingegneria politica regionale. E la risposta, come sempre, è la stessa: le comunità nei territori, le donne, i giovani, chi difende diritti e beni comuni.