Salute

Sanità e liste d’attesa, la Lombardia approva le linee guida sulla durata delle visite: “15 minuti per un’ecografia”. Il sindacato: “Inaccettabile”

La Lombardia ha approvato una delibera finalizzata a ridurre le liste d’attesa nella sanità. La delibera prevede lo stanziamento di 61 milioni di euro per arrivare a garantire oltre 7 milioni di prestazioni (di cui 2 milioni di prime visite) di quelle che rientrano nel Piano Nazionale Gestione Liste di Attesa (Pngla) entro dicembre 2024 e la possibilità di effettuare visite ed esami di diagnostica anche al pomeriggio e il sabato mattina. Sono previsti inoltre il monitoraggio del rispetto delle classi di priorità indicate dalla ‘ricetta’ medica e indicazioni sulle tempistiche di esecuzione di esami e visite. Proprio quest’ultimo punto però, secondo il personale sanitario, presenta criticità e non piace al principale sindacato dei medici ospedalieri, l’Anaao Assomed. “Questa iniziativa di fatto sancisce la commercializzazione delle cure, che non sono ‘prodotti’ e non possono avere un tempo standard, perché ogni paziente è una persona a sé stante con le sue caratteristiche e necessità”, spiegano. Una determinazione delle durate che può servire per pianificare i servizi, ma che secondo il sindacato dovrebbe essere di competenza dei medici e delle strutture sanitarie.

Un quarto d’ora per un’ecografia all’addome; 20 minuti per una prima visita dal cardiologo o dal ginecologo; 30 per una risonanza magnetica; 45 per una polipectomia. Nella delibera lombarda vengono elencati, prestazione per prestazione, “i tempi più frequenti di esecuzione rilevati presso gli enti pubblici”, che “costituiranno le linee guida da seguire per efficientare l’utilizzo delle risorse disponibili per garantire l’offerta, senza trascurare l’attenzione alla persona”. Un ‘tempario’ che “non facciamo cadere dall’alto”, perché “non è che andremo a controllare con il cronometro come pensa qualcuno”, tiene a precisare l’assessore al Welfare Guido Bertolaso. “Fa parte di un’analisi di quelli che sono i tempi che si devono impiegare, di una condivisione con gli addetti ai lavori”. “Troverete di sicuro il medico che dirà di non essere stato consultato, ma noi stiamo dando delle indicazioni di massima. L’importante – chiarisce – è che dobbiamo organizzare nel modo migliore la sanità pubblica e privata di questa regione. Vi sono delle eccellenze, c’è un patrimonio di conoscenze e di risorse umane straordinario, che però ha bisogno di essere organizzato”.

Ma il problema delle liste d’attesa, afferma Pierino Di Silverio, segretario nazionale di Anaao Assomed, “non si risolve né aumentando il lavoro dei medici, né temporizzando le cure, né tantomeno attribuendo all’intra moenia la causa. È un problema con delle cause chiare: carenza di operatori, di infrastrutture e di organizzazione. Se non si riorganizza, se non si combattono le prestazioni improprie, se non si aumenta il personale pagandolo meglio e se non si migliorano le infrastrutture, il problema non si risolverà. Le difficoltà d’accesso alle cure sono l’effetto di un problema più complesso”. Dare un tempo alle cure per Di Silverio è “un atto lesivo nei confronti della dignità del professionista che cerca di curare il proprio paziente. Smettiamola di prendercela con i professionisti e di cercare la risoluzione del problema facendo lavorare peggio gli operatori che, oltre alla spada di Damocle delle denunce, delle aggressioni e delle violenze – conclude il leader Anaao – ora dovrebbero affrontare anche le limitazioni temporali alla cura: non vendiamo prodotti caseari o ortaggi, offriamo cure i cui tempi non possono essere stabiliti con norme o circolari”.

Dello stesso avviso è anche Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei medici di Milano: “I tempari, che indicano i tempi medi di una prestazione medica, sono certamente un modo per valutare quante visite possono essere fatte in un determinato arco temporale. Non lo nego. Ma per noi medici sono inaccettabili. È impossibile che persone diverse con diverse patologie abbiano tutte bisogno dello stesso spazio. Il tempo, del resto, è anche un elemento di cura. Il tempario noi non lo possiamo tollerare”. Perché “il bello della nostra professione è proprio riuscire a dare le risposte giuste a ciascuno e il tempo dedicato non può mai essere uguale per tutti”.

La delibera prevede anche la riduzione dei tempi di consegna degli esiti degli esami di screening. In particolare: esito screening mammografico rilasciato a 5 giorni dalla data della prestazione. I centri screening dovranno avvisare le pazienti con esito positivo entro 3 giorni e non oltre i 5 giorni; esito del test del sangue occulto nelle feci, per lo screening del colon retto, pubblicato nel fascicolo sanitario elettronico a 7 giorni dalla data di esito. I centri screening dovranno avvisare i pazienti con esito positivo entro 3 giorni e non oltre i 6 giorni. Ancora, è previsto l’invito a tutte le persone aventi diritto a effettuare lo screening alla mammella (donne di età compresa tra i 45 e i 74 anni), al colon retto (popolazione 50-74 anni) e alla cervice uterina (donne 25-29 anni e 46-64 anni). E gli esami di approfondimento di queste prestazioni devono rispettare tempi definiti: colon retto entro 30 giorni dal test di primo livello positivo; screening mammografico entro 28 giorni dal test di primo livello positivo; screening cervice uterina entro 45 giorni dal test di primo livello positivo.

Nel dettaglio – riporta una nota – le strutture pubbliche dovranno effettuare 4,1 milioni di prestazioni, mentre i privati accreditati 3,1 milioni; degli oltre 7 milioni totali, 2,8 milioni di prestazioni dovranno essere garantite nell’area dell’Ats di Milano. Dei 61 milioni messi sul piatto, “due terzi sono destinati agli erogatori pubblici e un terzo ai privati”, ha sottolineato Bertolaso. “Stabiliamo inoltre noi, ed è la prima volta in Italia – ha precisato – i posti da mettere a disposizione nelle agende da qui alla fine dell’anno. Sulla base delle liste di attesa, del personale e delle tempistiche che abbiamo individuato, ogni struttura dovrà fare un numero specifico di prestazioni”. In altre parole, “i compiti li dà la Regione quantificando il numero di slot necessari”. Da parte loro, le Ats dovranno individuare ulteriori prestazioni che necessitano di miglioramento in termini di tempi di attesa. Per garantire l’efficacia delle misure adottate, la direzione generale Welfare effettuerà un monitoraggio mensile, con l’obiettivo di “identificare prontamente eventuali criticità nei territori”.