Cinema

Cattiverie a domicilio, commedia della miglior tradizione british con Olivia Colman e Jessie Buckley

Turpiloquio che passione! La vetusta parola del più attuale sinonimo parolacce è talmente complessa da sceneggiare con arguzia per il cinema che quando accade sembra di stare di fronte a un miracolo. Ben lo sapeva lo sceneggiatore e attore comico britannico Jonny Sweet quando ha incrociato una bizzarra storia vera degli anni Venti che sembrava calzare la sua penna sagace e mordente. Accadde infatti nel 1922 in una cittadina costiera del sud Inghilterra che una devotissima e remissiva zitella iniziasse a ricevere lettere anonime piene di volgarità. Simili missive cominciarono a giungere anche ad altre signore e signorine più o meno perbene. Guarda caso Edith, questo il suo nome, aveva appena litigato con la giovane vicina, un’irruente, libertina e sboccata immigrata irlandese di nome Rose. I sospetti non potevano che cadere su quest’ultima, naturalmente fino a prova contraria.

Dalla buffa vicenda locale, divenuta però all’epoca un vero caso nazionale, Sweet ha scritto l’esplosivo copione di Cattiverie a domicilio (in originale Wicked Little Letters) consegnato poi alla buona mano registica (anche teatrale) di Thea Sharrock che Lucky Red con Bim distribuiscono da giovedì 18/4 nelle sale italiane. Commedia della miglior tradizione British con ironia pungente, ritmo incalzante e sottili frecciatine al politically correct, Cattiverie a domicilio non sarebbe così azzeccato senza le performance delle super-duellanti Olivia Colman e Jessie Buckley, perfette come Edith e Rose.

Sfidandosi verbalmente ma anche con espressioni e corpi solo in apparenza inossidabili – la fragilità dei loro personaggi è l’elemento che dà profondità al testo – le due attrici sono accompagnate da un cavallo di razza come Timothy Spall e dalla sorprendente Anjana Vasan, volto indo-singaporiano residente in UK finora poco noto al cinema internazionale. A lei è affidato il ruolo della poliziotta locale col fiuto da detective ma che tempi, luoghi e tradizioni non le permettevano ancora di esprimere in quanto donna. Già, perché Wicked Little Letters è una commedia “sociale” della miglior sorte, dove il femminismo non è mai retorico e più che di emancipazione si parla di rivalsa della donne in una società ancora profondamente sessista e patriarcale.

La Old England provinciale, del resto, ha impiegato lungo tempo prima di aprirsi al progresso, benché le gesta delle suffragette già avevano toccato le coscienze cittadine d’Albione. Mescolando dunque il disagio femminile inquadrato alle risate a crepapelle che emergono dal film, Sweet e con lui Sharrock hanno intrecciato la commedia classica con altri generi: i duelli verbali che sanno di anglo-western in sottana, le indagini della polizia condotte da maschi che sembrano usciti dai Monty Python, le scene in tribunale che traducono il legal movie in un palcoscenico farsesco. Un applauso pertanto a quelle letterine scurrili che mostravano quanto le donne sapevano e potevano dire – decisamente con più incisività degli uomini – ma si trattenevano dal farlo per non scadere al loro livello.