Ambiente & Veleni

Socotra, l’isola selvaggia che non meritava di diventare l’ennesimo trend social

Di recente la perla del mondo arabo – uno dei luoghi più remoti al mondo, mai toccato dal conflitto armato che da un decennio flagella lo Yemen – è diventata trend su Instagram e TikTok. Quest’anno sono attesi migliaia di turisti da tutto il mondo, inclusa l’Italia, che metteranno a dura prova il delicatissimo ecosistema di Socotra. Cosa possiamo fare per bloccare questo sfacelo?

Qualcosa sta succedendo sull’isola di Socotra, il giardino dell’Eden del mondo arabo. Da millenni questo minuscolo arcipelago appartenente allo Yemen è avvolto da un alone di mistero e leggenda alimentati dalla sua posizione – Socotra somiglia a una chimera che emerge dalle acque che bagnano il Corno d’Africa e la Penisola Arabica – dalla rudezza aliena dei deserti a picco sul mare, dalla flora che sembra partorita dalla mente di uno scrittore fantasy e dalle coste selvagge che hanno tenuto lontano per decenni il turismo di massa. Almeno fino al 2023, quando Socotra è diventata un contenuto trend su Instagram e TikTok.

I più desiderosi di scoprire e condividere le bellezze dell’isola sono proprio i giovani, disposti a trascorrere qualche giorno all’addiaccio su una terra asperrima ma meravigliosa, non compromessa dalla guerra civile che da un decennio sta martoriando la madrepatria Yemen, conflitto entrato di recente in una nuova fase di recrudescenza. Non è questo il luogo per spiegare perché Socotra sia una zona franca; mi chiedo piuttosto come si sia innescata la reazione a catena che ha permesso ai tour operator italiani fondati da travel influencer – su tutti Puoy.it e SiVola.it – di includere l’isola all’interno dei propri calendari, portando in loco centinaia di follower.

Un piccolissimo passo indietro, prima di tornare dritti al punto. L’arcipelago di Socotra appartiene, si è detto, politicamente allo Yemen e geograficamente all’Africa. Se ci si sposta su un piano geopolitico, la situazione si complica. A causa della sua posizione strategica l’isola è da sempre attenzionata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti (Eau). Da anni le due superpotenze mediorientali bramano di poter estendere il proprio dominio militare su questo pezzetto di terra piazzato proprio nel mezzo della più importante rotta navale del mondo, quella che unisce Mar Rosso e Mediterraneo. E in effetti gli Eau i carri armati ce li hanno portati su Socotra, poi però hanno smobilitato le truppe; oggi Abu Dhabi mantiene una parvenza di controllo sul territorio, che si manifesta sotto forma di provviste, medicine e altri aiuti spediti settimanalmente sull’isola.

L’altra strada seguita dagli Eau per mantenere e accrescere la propria influenza su Socotra è quella dell’incremento dell’ecoturismo internazionale. Ecco perché, nell’immediato post-pandemia, sui charter umanitari in partenza ogni settimana da Abu Dhabi – gli unici voli in grado di raggiungere l’aeroporto della capitale Hadibu – sono aumentati i posti a disposizione dei turisti. Spiega la solo traveler Anna Karsten: “Nel 2019 c’erano 15-30 stranieri che visitavano l’isola ogni settimana. Nel marzo del 2020, poco prima delle chiusure, sul mio volo c’erano 100-120 turisti, ed è così ogni settimana”. I calendari delle partenze di SiVola.it confermano questo trend: le due spedizioni organizzate l’anno scorso dal tour operator cofondato dallo Youtuber Nicolò Balini aka HumanSafari sono andate sold out nonostante i prezzi non economici – da 4mila euro in su – del viaggio, che quest’anno sarà riproposto.

Anche Welcome to Socotra, il principale tour operator locale, ha di recente portato sull’isola Sara Melotti, creator specializzata in mete esotiche, i cui reels hanno spinto, a loro volta, altri creator a visitare Socotra per creare contenuti. Insomma: gli influencer sono uno strumento, una cassa di risonanza usata da chi ha deciso che è arrivato il momento di investire sulla comunicazione turistica della perla araba, fino a poco tempo fa nota perlopiù solo a backpackers e a viaggiatori avventurosi.

A Socotra, con la sola eccezione di un paio di modestissimi hotel ad Hadibu, non ci sono strutture di accoglienza e amenities varie: si dorme in tenda, i servizi igienici sono precari, l’acqua e il cibo contingentati. Ecco perché, si diceva, le spedizioni sono prenotate quasi esclusivamente da un pubblico incluso nella fascia under 20-40, più disposto a viaggiare on the road e a rinunciare alle comodità.

Questi nuovi flussi veicolati dai social media possono rappresentare un grosso problema per Socotra. Direte voi: ma come? In un’epoca di overtourism, in cui tutti sovraffollano gli stessi luoghi, critichiamo l’apertura di nuove mete? Il fatto è che Socotra ha un ecosistema estremamente fragile che ospita un numero molto alto di specie endemiche: il 90% delle varietà di rettili e il 37% delle piante di Socotra non si trovano in nessun’altra parte del mondo. Tra queste spicca la Dracaena Cinnabari, gli alberi del drago che hanno contribuito all’inserimento, nel 2008, dell’arcipelago nella lista dei beni Unesco. Questi alberi sono arrivati integri ai giorni nostri grazie all’isolamento di cui ha sempre goduto l’isola: oggi, anche a causa delle capre – Socotra ne è letteralmente invasa – che ne mangiano i germogli e dell’eccessiva attività umana – i locali ne incidono i tronchi per mostrare ai turisti il “sangue” dell’albero, la sua resina rossastra – sono considerati specie vulnerabile.

Il “peso” dei turisti si manifesta anche in altri modi. Karsten dichiara di aver visto forestieri “donare ai bambini cioccolate e caramelle, in un paese in cui non esistono cure dentali. Per non parlare delle foto con i pesci palla, al lago Detwah: le guide li tirano fuori dall’acqua per farli gonfiare, questo genera loro parecchio stress”. C’è poi il problema, enorme, delle plastiche sparse sulle spiagge. Gli abitanti di Socotra mangiano riso, pane, pesce, occasionalmente carne di capra. Per i turisti, invece, preparano spaghetti, noodles e insalate: tutti questi cibi importati arrivano in confezioni di plastica, lo stesso materiale di cui sono fatte le bottiglie che vengono distribuite, perché l’acqua spesso non è potabile. Questo inquinamento – di certo non una novità nei paesi arabi – non riesce a essere gestito dai locali, sia per mancanza di formazione che di mezzi. “Ogni pranzo e cena fatto per i turisti finisce con grandi sacchi di rifiuti che non vengono smaltiti o vengono smaltiti male” conclude Karsten.

Socotra viene da qualcuno paragonata alle Galapagos. L’isola araba è grande però solo 3.600 chilometri quadrati, non c’è dunque molta possibilità di diversificazione: gli hotspot più belli saranno sempre più meta di turisti dall’Italia e dal resto del mondo. I risultati sono già visibili sui social media, dove iniziano a rimbalzare foto estetizzate di un’isola selvaggia che non meritava di diventare l’ennesimo trend di Instagram e TikTok.

Una speranza e una previsione. La prima: nonostante la strada sembri purtroppo segnata, mi auguro che si riescano a contenere i flussi turistici sull’isola, rispettandone identità e tradizioni. La seconda: il mar Rosso – soprattutto da quando l’Arabia Saudita ha aperto i suoi confini al turismo internazionale – è al centro di un’enorme operazione di marketing turistico. Solo il tempo ci dirà se Socotra, il paradiso perduto dello Yemen, verrà giocoforza inglobata all’interno di questo progetto di comunicazione senza precedenti per il mondo arabo. In attesa di vedere cosa succederà, possiamo fare una scelta: evitare di andare a Socotra.