Politica

Israele, la contestazione a Molinari e il mondo sottosopra: qui il dissenso lo chiamano violenza

Viviamo davvero nel “mundo al revés” – il mondo sottosopra – di cui scriveva Eduardo Galeano.

Un mondo in cui Maurizio Molinari – direttore de La Repubblica, il secondo quotidiano italiano per numero di vendite; direttore del Gruppo Gedi; presenza fissa nei talk show delle tv pubbliche e private; pubblicato dalle principali case editrici italiane – viene fatto passare dal potere politico e mediatico del Paese quasi come “uno che non può parlare”, perché qualche decina di studenti e studentesse si è permesso di contestarlo con cori e cartelli, accusandolo di agire da “scorta mediatica” (copyright di Oriani, giornalista dimessosi da Repubblica dopo 12 anni di collaborazione) del genocidio israeliano.

Gli hanno impedito di parlare, ha dichiarato convintamente quasi all’unanimità il mondo della politica e del giornalismo italiano. Mattarella compreso. Anzi, le parole di Mattarella – io credo – hanno permesso ai vari Lollobrigida e La Russa di scrivere parole degne delle sezioni di fantascienza delle nostre biblioteche: si comincia con cori e cartelli e si finisce a fare i terroristi.

Questo domani, ma oggi è chiaro che questi studenti sono già degli antisemiti incalliti, contestatori di Molinari “solo perché ebreo”. Sono le parole dei presidenti delle Comunità Ebraiche e di David Parenzo, parole che non hanno alcun appiglio nella realtà di quanto accaduto all’Università di Federico II; eppure non ho sentito voci levarsi a dire che quell’accusa è un’infamia, una falsità assoluta, diffamazione bella e buona.

Nel mondo sottosopra in cui viviamo a denunciare la presunta “censura” che avrebbe colpito Molinari – che poi da dizionario italiano la “censura” è praticata da parte di un’autorità costituita, da parte del potere, ma chissenefrega, tanto quella parola serve ragioni politiche, deve funzionare come una clava – è gente che di fronte alle censure e alle epurazioni da parte di potere politico e mediatico è sempre rimasta muta. Chiedere a Luttazzi per avere qualche informazione in più.

Nel mondo sottosopra in cui viviamo Schlein, Gentiloni, Fassino, Cottarelli, Calenda e compagnia cantante si stracciano le vesti per difendere il diritto di parola di Molinari – dimenticando Repubblica, Gedi, i talk show, i libri pubblicati dalle principali case editrici – ma evidentemente si era distratta quando lo stesso Molinari censurava un’intervista a Ghali, mai pubblicata sul quotidiano cartaceo, pur essendo già pronta e in programma. Perché? Perché non conteneva riferimenti al 7 ottobre. Dov’erano questi paladini della libertà di parola quando per davvero c’era una censura?

Nel mondo sottosopra in cui viviamo Renzi parla di “gesto fascista” e argomenta “perché chi impedisce agli altri di parlare usa la violenza, non la cultura”. Lui che, a proposito dell’Arabia Saudita, disse che lì si vive un “Rinascimento”, dimenticando che a Riyad il regime i giornalisti non è che li fischi, ma li squarta e li fa sparire – vedi Khashoggi. Nel mondo sottosopra in cui viviamo Daniela Santanché, che nel 2022 – non nella preistoria – si dichiarava “orgogliosamente fascista” e oggi scrive che “i fascisti di sinistra continuano a manganellare la libertà di parola”. Forse per lei è una maniera di fare un complimento…

Nel mondo sottosopra in cui viviamo ci si leva a difesa della libertà di parola, ma solo di Molinari. Perché nessuno ha detto mezza parola per rivendicare il diritto di replica degli studenti e delle studentesse di fronte alle accuse loro rivolte. La conferenza stampa che hanno convocato all’indomani della contestazione e delle parole di Mattarella è stata disertata dai media. Il comunicato stampa che hanno inviato ad agenzie e redazioni non compare da nessuna parte, fatta eccezione per poche righe e qualche minuscolo trafiletto.

Nel mondo sottosopra in cui viviamo politici e giornalisti si strappano le vesti per difendere il diritto al dissenso quando viene esercitato al di fuori dei confini italiani, ma quando si esercita qui in Italia viene fatto passare per “violenza”. Lo stesso scivolamento intollerante – questo sì – che vediamo all’opera in tanti regimi autoritari.

Preoccupa, però, non solo vivere in un mondo sottosopra. È che questo mondo sottosopra può dar vita a qualcosa di peggio. Senza difesa del diritto al dissenso – che si difende non solo quando si è d’accordo con le posizioni espresse e i modi usati – infatti non c’è argine agli attacchi a libertà individuali e collettive. Così, a poche ore dalla contestazione, il principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera già avvisava che “gli episodi che si sono ripetuti nelle Università potrebbero portare a bloccare, o quantomeno limitare, le contestazioni fuori dalle aule dove si tengono convegni e incontri che potrebbero innescare la protesta pro Palestina e contro Israele. […] Non potendo prevedere ogni protesta, sarà aumentata la sorveglianza prima dei convegni che potrebbero essere a numero chiuso o ad inviti. Per impedire di fatto l’accesso a chi potrebbe aver organizzato una manifestazione che possa portare all’interruzione dell’evento” (Corsera, 17 marzo).

Insomma, altro che “libero fischio in libera piazza”, espressione usata dall’ex partigiano socialista ed ex Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

L’Italia sottosopra in cui viviamo oggi è un Paese in cui proteste e dissenso sono sempre più considerate alla stregua di un fastidio da marginalizzare. Il modello che si persegue da parte del blocco sociale al potere non è tanto l’eliminazione formale di questi diritti, quanto il loro sostanziale svuotamento. Così che, sulla carta, potremo continuare a dissentire e protestare, ma senza disturbare. È la democrazia sognata dal potere politico, mediatico ed economico, quella in cui il conflitto viene espunto o imbrigliato. Così che di “democratico” rimanga solo il nome.