Musica

Big Mama a FqMagazine: “I fischi a Geolier? Schifosi. Assurdo questo accanimento verso il Sud, non ce lo meritiamo”. E poi “la musica è stata la mia medicina contro il cancro”

Nel primo disco, “Sangue”, la cantante racconta di tanti temi dal bullismo al catcalling, fino alla malattia e alla violenza psicologica. Una vita di alti e bassi con il superamento di un momento difficile dal punto di vista professionale fino a una piccola svolta: “Quando Elodie mi ha chiamata per la serata delle cover a Sanremo e quando ho iniziato a fare boxe”

Dopo aver partecipato all’ultimo Festival di Sanremo con “La rabbia non ti basta”, Big Mama pubblica il suo primo disco “Sangue”. I testi raccontano del bullismo (“La Rabbia non ti basta“), il femminismo (“Ragazzina“), il catcalling (“Cento occhi“), la fratellanza (“Sangue), la malattia (“Veleno”), l’amore nei suoi spasmi carnali e nei tormenti emotivi (“Bomba a mano“, “Touchdown“, “Mamasutra“), la violenza psicologica (“Fortissima Freestyle“, “Malocchio“). “Ma io non so scrivere pezzi d’amore e non so se un problema o e è un pregio”, ci racconta la cantante.

Come mai non riesci a scrivere d’amore?
Non ho ancora una risposta a questo. A me riesce facile scrivere d’amore per altre persone, conoscendo le loro storie. Se parliamo di ispirazione personale, ci ho provato tante volte ma mi è sembrato sempre riduttivo il risultato. Non trovo mai nulla di nuovo rispetto alla grande produzione sulle canzone a tema che ci sono in giro. Io ho iniziato a scrivere per rabbia, per esorcizzare le cose che mi facevano male. Non punto alle hit o alle cose che non mi ispirano proprio.

Perché questo titolo per il disco?
Si rifà al nostro detto “buttare il sangue”, “ghitt o sang”. Nel senso che sono uscita anche a testa alta dai momenti difficili che, comunque, mi hanno reso la persona che sono oggi. C’è una canzone ‘Sangue‘ dedicata ai mie fratellini, ai quali sono molto legata, ai quali ho fatto da mamma quando avevo sei anni perché lei era occupata con la malattia di mia nonna. E poi sangue perché legato al cancro che ho avuto e al fatto che la musica ce l’ho proprio nel sangue. È una cosa innata non ho studiato tanto musica e sono autodidatta.

“Veleno” racconta del cancro che hai affrontato. Come la musica ti ha salvata?
Durante la malattia ho letteralmente usato la musica come medicina, mi teneva impegnata durante il periodo del Covid, era la mia unica valvola di sfogo così mettevo su le parrucche e facevo finta sui social di aver nulla.

Perché non ne hai parlato in quel momento?
Non meritavo quella attenzione sulla malattia in un momento così difficile per tutti.

Quando la musica invece ti ha fatto male?
Quando certe cose non succedono – nonostante io mi fissi su un obbiettivo – ci rimango malissimo.

A quale episodio ti riferisci?
Al Sanremo Giovani fallito, lì ho preso una bella batosta. Ci tenevo tanto ad esserci. Sono stata male perché sono riuscita a colpevolizzarmi, mi succede quando qualcosa non mi riesce. Mi sono maltrattata abbastanza. Poi sono tornata a stare bene.

Quando?
Quando Elodie mi ha chiamata per la serata delle cover a Sanremo e quando ho iniziato a fare boxe.

A proposito di Sanremo che ne pensi dei fischi che ha subito Geolier quando ha vinto la serata delle cover e del sentimento anti meridionale?
Geolier domina le classifiche da anni e il suo non è solo un pubblico napoletano. La verità è che i fan napoletani sono molto attivi, da sempre, per i propri artisti. Per loro è un vanto. Trovo anche che sia stata una cosa brutta fischiare ad un ragazzino, perché Geolier è giovanissimo. L’ho trovata una cosa schifosa, come del resto tutto l’odio che ne è scaturito. Questo ci insegna che basta davvero un minimo per scatenare l’odio.

Perché è successo?
Trovo assurdo questo accanimento verso il Sud, non ci meritiamo più tutto questo. Ma diciamo soprattutto che questo è stato l’anno della Campania. Ha vinto Angelina, ragazza del Sud che si lega a Napoli e non hanno fatto casino. Geolier comunque è forte e domine le classifiche.

Come ti spieghi questo sentimento di odio?
Non lo capisco davvero perché io ho degli amici qui a Milano che sono venuti da giù e senza l’aiuto di nessuno si fanno un mazzo tanto, lavorando dalla mattina alla sera. Quella ‘fame’ che teniamo non ce l’ha nessuno. È quella che nasce dal vivere in situazioni difficili dal punto di vista sociale e con meno opportunità.