Speciale Festival di Sanremo 2024

Sanremo 2024, “Nei testi ci sono più parolacce. La trap ha annacquato il linguaggio, ma l’amore resta il tema preferito”: il Professor Coveri analizza le canzoni del Festival

“C’è un equilibrio tra la tradizione e l’innovazione – spiega Coveri a Il Fatto Quotidiano.it - ma è inevitabile che il festival porti sul palco i mutamenti in atto nella società"

Il linguaggio delle canzoni del festival di Sanremo è cambiato: rispetto al passato, i testi della settantaquattresima rassegna musicale, contengono più disfemismi ovvero parolacce; si avvicinano sempre più al “parlato” quotidiano; gli autori adoperano spesso la cosiddetta “dislocazione” (spostamento a sinistra di un componente della proposizione per darle più importanza) e il “che” polivalente. Ciò che resta immutato sono i temi: l’amore resta la parola più citata anche se ora non ha più a che fare con il romanticismo ma con il tormento, la riflessione sul sé. A fare un’analisi dettagliata dei testi del famoso programma condotto da Amadeus, è l’Accademia della Crusca.

Il professor Lorenzo Coveri che ha insegnato come professore ordinario linguistica italiana nell’Università di Genova ed è membro dell’antica istituzione fiorentina, in questi giorni pre-festival, ha messo occhi sugli scritti pubblicati da “TV Sorrisi e Canzoni” per analizzarli dal punto di vista linguistico e grammaticale. Cosa ne è uscito? “C’è un equilibrio tra la tradizione e l’innovazione – spiega Coveri a “Il Fatto Quotidiano.it” – ma è inevitabile che il festival porti sul palco i mutamenti in atto nella società. Il rap e la trap che sono arrivati anche a Sanremo hanno annacquato il linguaggio”.

Da una parte restano costanti alcune regole della grammatica musicale: l’inversione sintattica (“Non ti ho mai visto” diventa “Non ti ho visto mai”); le rime baciate; le parole tronche (“Andrò”; “Farò”); l’uso di monosillabi. Dall’altra, le canzoni del 2024, hanno abbandonato il linguaggio aulico dei “vecchi scarponi” per lasciare spazio a parole più vicine al gergo quotidiano e giovanile al punto da trovare nei testi “casino”, “fanculo”, “fottere”.

Coveri ha messo la sua lente d’ingrandimento su tutti i testi arrivando a fare delle “pagelle”. Per l’accademico della Crusca, le canzoni più belle sono “La noia” di Angelina Mango e “Ricominciamo tutto” dei Negramaro. La 22enne figlia d’artista a detta del linguista ha alle spalle due autori di lusso come Madame e il producer-compositore Dario Faini che ha scritto la famosa “Soldi” di Mahmood: “E’ un brano linguisticamente composito con una mescolanza tra la contemporaneità (“Bimbe incasinate”; “Sto una pasqua”; “Che a stare ferma”) e la poesia al punto di arrivare alla prosopopea (“Questa pagina è pigra”; “La vita è preziosa”). C’è un richiamo alla noia di califaniana memoria ma è volta in positivo usando un termine mai adoperato in 74 edizioni, “cumbia”, parola latina che indica una danza di corteggiamento colombiana”.

I Negramaro, invece, che si sono già aggiudicati il premio “Lunezia” per il loro testo, grazie a Giuliano Sangiorgi, parlano d’amore ma “attraverso un linguaggio fresco e diretto”, dice Coveri. “C’è un gioco intertestuale in questo brano – sottolinea il linguista – molto raffinato. Le parole “Quanto è rimasto addosso di quella rincorsa” ricordano Claudio Baglioni ma poi c’è un omaggio esplicito a Battisti con l’esplicita citazione “Discese e risalite? E sulla pelle, tra i capelli, sulla tua bocca, eravamo una canzone di Battisti all’alba, anche senza bionde trecce”.

Bocciati, invece, i brani “Il cielo non ci vuole” di Fred De Palma e “Fragili” di Il Tre. Il primo – a detta di Coveri – usa delle figure fin troppo convenzionali al limite del banale (“Lasciami cadere nel vuoto per sentirmi vivo”; “Alla fine il dolore sparisce come il sole nel mare”) e due citazioni un po’ casuali (“Questo amore è una sparatoria” della Nannini e persino “Sparami adesso sparami ora” di De André) mentre il secondo che si muove tra rap e pop e “adopera una similitudine a dir poco “fuori luogo” come “Le tue pupille sembrano pallottole” e arriva al grottesco con un gratuito disfemismo “Potevi pure mandarmi a fanculo”.

Alla “Crusca” non piace nemmeno Il volo che porta in scena “un linguaggio aulico ma obsoleto, ricco di echi della canzone tradizionale ed immagini piuttosto scontate (“Io che mi sentivo perso, una vela in mare aperto e all’improvviso tu, tu cadi dal cielo come un capolavoro”).

Il professore non manca di segnalarci i molti anglicismi individuati in “Tuta gold” di Mahmood che usa “moonlight, night, fake, rave, blu jeans, bitch – nel gergo trap “ragazza”, propriamente “prostituta”; – jeep, gold, baby” e “Click boom” di Rose Villain che adopera il termine ideòfono per ben 32 volte, portandolo in cima alla classifica, della parola più citata dopo “amore” (occorrenza in tredici canzoni su trenta) “vita”; (otto canzoni), “cuore”; e “mondo”; (sette), “giorno”; e “notte”; (quattro). Non manca, infine, una critica a “Finiscimi” di Sangiovanni, espressione secondo Coveri del linguaggio della Generazione “Z” che è capace di registri alti/bassi continui (“Scarabocchi, discolpa vs coglione cazzo”).

Parlando di temi, invece, Coveri ammette che i sentimenti restano i padroni del festival. A distinguersi sono solo D’Argen D’Amico che con “Onda alta” parla di migrazioni; Ghali che con “Casa mia” affronta il tema dell’identità delle seconde generazioni e l’intramontabile Fiorella Mannoia che con “Mariposa” porta a Sanremo un vero e proprio inno all’orgoglio femminile con un lessico “alto e sofisticato”.