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Piano Mattei, Francesco La Camera (Irena): “Per evitare l’approccio predatorio in Africa, investire sulle rinnovabili e lasciare lì le risorse”

Lo scorso anno sono stati installati circa 500 gigawatt di rinnovabili nel mondo. “È il 30% in più di quanto si è installato di nucleare in 70 anni” dice al Fatto Francesco La Camera, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energie Rinnovabili che è intervenuto al vertice Italia Africa. Proprio le rinnovabili, spiega, dovrebbero essere al centro del Piano Mattei di cui parla il governo: “Non c’è tanto bisogno di siglare accordi strategici per l’energia o i materiali critici, l’importante è dotare questi Paesi delle tecnologie per gli investimenti e lasciare lì le risorse e la loro lavorazione”. Intese ed import, ad esempio delle terre rare, sarebbero naturale conseguenza. “Le imprese faranno parte dell’iniziativa. Proprio come fece Mattei tanti anni fa. Evitando, oltretutto, un approccio predatorio”. E le rinnovabili sono il punto di partenza: “Garantiscono la sicurezza energetica dei luoghi dove vengono installate. Il gas ha già dimostrato i suoi limiti in questo aspetto”.

La Camera, perché l’Africa è così centrale per lo sviluppo delle rinnovabili?

Africa e Sud Est Asiatico sono due aree in cui la domanda di energia è destinata ad aumentare in modo significativo nei prossimi anni. Ma se non la si intercetta e la si soddisfa con le rinnovabili, la situazione rischia di andare fuori controllo.

Come lo si può fare?

Il continente ha uno straordinario potenziale per le rinnovabili però non ha ancora le infrastrutture adatte. Come Irena abbiamo sempre chiesto e insistito che il sistema multilaterale delle banche non solo conceda più grant e fondi, ma si focalizzi sulla costruzione di strutture e l’avvio di un sistema virtuoso di sviluppo e costruzione del sistema energetico. La narrativa è questa: le rinnovabili stanno crescendo, ma devono farlo più rapidamente. E per farlo occorre superare alcune barriere strutturali: dalle infrastrutture alle reti interconnesse e flessibili, fino a un ambiente legale adatto e politiche che le favoriscano. E il mercato.

Qual è il ruolo di Irena in questo frangente?

Abbiamo presentato una iniziativa che si chiama Partnership per l’energia rinnovabili in Africa (APRA) con sette Paesi africani, la Germania, la Danimarca, gli Emirati e gli Usa. Vorrei che ne facesse parte anche l’Italia e che la nostra proposta venga portata al G7.

Come funziona?

Irena funge da segretariato. Aiutiamo i Paesi a fare una prima pianificazione dei progetti, poi a trasformarli in realtà aiutandoli a trovare le sorgenti finanziarie. Uno strumento insomma anche per il Piano Mattei italiano.

Come si evita un approccio predatorio?

L’alleanza è soprattutto pensata per questa ragione: punta a fare in modo che, ad esempio, nello sfruttamento delle risorse minerarie delle terre rare, restino in Africa e vengano processate in Africa, creando anche una decentralizzazione della catena d’offerta così che il valore aggiunto resti nel continente. Chiaramente questo è un tipo di percorso nelle mani dei Paesi africani e supererebbe approcci di tipo predatorio, purtroppo applicati nel passato.

Le relazioni con l’Africa però sembrano essere più orientate allo sviluppo di rapporti per gli idrocarburi…

Questo accadeva un paio d’anni fa. A settembre abbiamo avuto un summit sul clima con i Paesi africani guidati dal presidente del Kenya, Ruto, e abbiamo assistito a un cambio di rotta importante. Anche l’Africa vuole le rinnovabili perché sono il modo più rapido per accedere all’energia e sono il metodo più efficiente. La loro decentralizzazione assicura sicurezza energetica prima di tutto per chi le installa. La crisi del gas ha dimostrato che con le fonti fossili non è possibile.

Un ritorno per l’Europa potrebbero essere gli accordi sulla fornitura di terre rare?

Non c’è tanto bisogno di un accordo strategico, l’importante è dotarli delle tecnologie per gli investimenti. Questo, poi, potrebbe favorire la creazione di accordi per l’importazione di queste materie a prezzi accettabili. E le imprese possono diventare parte dell’iniziativa. Proprio come fece Mattei tanti anni fa.

Le rinnovabili nel mondo stanno correndo…

Sì, ma c’è un problema.

Quale?

È vero che anche quest’anno abbiamo battuto un nuovo record, quasi il 50% in più di capacità di rinnovabili installate in un anno, soprattutto trainata da quelle installate in Cina. Ma il dato non è neanche vicino a ciò che avremmo potuto fare. L’Ippc parla del 43% di riduzione di emissioni al 2030 per poter stare in un percorso compatibile con gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Per ottenere quel dato occorrerebbe installare 11 terawatt di rinnovabili al 2030., quindi mille GW l’anno dal 2023 al 2030. Purtroppo siamo solo a metà. C’è una urgenza drammatica.

Anche in Italia?

L’Italia sconta la lunghezza dei tempi per ottenere i permessi su cui tutti i governi in verità stanno cercando di intervenire. L’orientamento comunitario sul bilanciamento dell’interesse pubblico e privato potrebbe avere un impatto positivo. La questione non riguarda infatti solo il tempo che una amministrazione impiega per rilasciare un permesso, bensì i ricorsi. Accade che l’iter autorizzativo si svolga nelle aule dei tribunali amministrativi. Ecco, questo nuovo orientamento potrebbe essere la chiave per riuscire ad accelerare.

In Europa e in Italia si sta vivendo di contro un revival del nucleare…

Il nucleare non può dare risultati per il 2030: se si inizia oggi a costruire un impianto, l’energia verrà distribuita non prima del 2035. Quindi già si sarebbe fuori dalle scadenze e dalle necessità di riduzione delle emissioni. Si parla della triplicazione di capacità installata al 2050: chiaramente non si poteva prevedere una distanza temporale inferiore ma ad ogni modo triplicare la capacità installata di nucleare al 2050 significherebbe ottenere in 26 anni quanto si ottiene in uno di rinnovabili e si tratterebbe comunque di non più del 2-4% del totale dei consumi finali d’energia.

Di idrogeno verde si parla sempre meno.

Sì. C’è bisogno di politiche che lo favoriscano. Al momento sono assenti. Eppure c’è chi già lo esporta sotto forma di ammonia e le sue molecole vengono trasportate per altri usi. Bisogna spingere, anche in Ue bisogna fare di più.