Politica

Dietro l’espressione “autonomia differenziata” si nasconde né più né meno la divisione del Paese

Che cosa succederebbe se materie (sanità, sicurezza sul lavoro, beni culturali, infrastrutture, ricerca, tra le 20 disponibili) previste nel terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione, attualmente di potestà legislativa concorrente Stato-Regioni, passassero alla potestà legislativa esclusiva regionale, come prevedono le bozze di intesa di Veneto, Lombardia ed Emilia, stipulate nel 2018 con il governo Gentiloni? Cosa accadrebbe, inoltre, se quelle previste dal terzo comma dell’articolo 116 (istruzione, ambiente, giustizia di pace), attualmente a legislazione esclusivamente statale, facessero altrettanto, come ancora quelle intese chiedono, in virtù della riforma del Titolo V del 2001?

È necessario essere chiari. Dietro l’espressione “autonomia differenziata” si nasconde né più né meno la divisione del Paese: a seconda del luogo di residenza, un diverso accesso e una diversa esigibilità dei diritti universali, che invece dovrebbero essere garantiti a tutte/i, secondo i criteri di uguaglianza sostanziale su tutto il territorio nazionale (come detta l’art. 3 della Costituzione). Con l’autonomia differenziata si avrà un aumento esponenziale delle diseguaglianze tra Nord e Sud e nell’ambito dello stesso territorio, indipendentemente dalla Regione in cui si abita.

Lo abbiamo visto nelle vicende della sanità, dove sussiste la potestà legislativa concorrente Stato-Regione; dalla Lombardia al Lazio, dove la sanità è appaltata al privato convenzionato (per circa il 50%), la privatizzazione ha menomato profondamente la fruizione del diritto alla salute. Ciò vale anche nelle altre materie, dai trasporti agli asili nido: oggi si hanno meno servizi pubblici, più tasse e maggiori tariffe. L’autonomia differenziata serve per liquidare definitivamente tutto ciò che è “pubblico”, finalizzato cioè a salvaguardare l’interesse generale attraverso la diminuzione delle differenze sociali in campi quali l’istruzione, la sanità, i servizi sociali, l’assistenza, l’ambiente, le infrastrutture, la tutela del territorio. Con l’affiancamento di contratti regionali al contratto collettivo nazionale e la dismissione di conquiste raggiunge con la lotta di lavoratori e lavoratrici.

Infine, l’autonomia differenziata mina l’unità della Repubblica, sancita nell’articolo 5 della Costituzione, posta a garanzia di principi democratici e diritti sociali, che per l’appunto debbono valere su tutto il territorio nazionale, senza discriminazioni e differenziazioni tre le Regioni. Se sarà approvato il ddl 615 Calderoli, ogni Regione farà per sé, con i propri fondi, trattenendo la maggior parte del proprio gettito fiscale. Ma se questo porterà a far sprofondare le Regioni del Sud – colpite dalla clausola che l’operazione dovrà essere portata avanti “senza oneri aggiuntivi” per lo Stato, a costo zero – il peso sarà sentito da tutti, ovunque risiedano, perché verranno meno le garanzie poste a baluardo dei diritti sociali di cui godono tutti, a prescindere dalla loro collocazione sociale.

Il 16 gennaio il ddl Calderoli va in Aula in Senato, dopo il passaggio in commissione Affari Costituzionali, che non ha modificato in maniera sensibile il testo presentato dal ministro degli Affari Regionali; anzi, per volontà della maggioranza, è stato in alcuni articoli relativi al regime finanziario addirittura peggiorato.

Il calendario dei lavori prevede 3 giorni di discussione: entro il 19 il testo dovrà essere licenziato; un passaggio fulmineo, uno strangolamento dei tempi di discussione del Senato considerando l’entità della posta in gioco, ovvero la devoluzione della potestà legislativa esclusiva di 23 materie che riguardano la nostra vita quotidiana (tra cui lavoro, ambiente, sanità, istruzione, infrastrutture, rapporti con l’UE), e che determinerà nel Paese – come si diceva – diritti diversi in base al luogo di residenza. Il tutto senza nemmeno la definizione dei LEP, Livelli essenziali di prestazione dei servizi, come previsto dalla stessa ‘riforma’ Titolo V della Costituzione, che ha dato vita all’autonomia differenziata. Una riforma frutto ‘dell’insipienza giuridica’ e di una volontà disgregatrice della Repubblica, come ebbe a dire Gianni Ferrara.

Bisogna rammentare che la determinazione dei LEP è stata assunta dallo stesso governo come condizione necessaria per attuare l’autonomia differenziata. E’ stata infatti istituita una Cabina di regia, nominata una Commissione specifica guidata dal prof. Cassese, che avrebbe dovuto terminare i propri lavori nel 2023; ma ora, con il Milleproroghe, il governo si è preso un altro anno di tempo. Intanto si chiede che sia subito approvato il ddl Calderoli. Al governo e a Calderoli interessa solo avviare i processi di secessione delle Regioni ricche, che questo avvenga in forme abborracciate, con misure legislative contorte e approssimate, poco importa. Importante è giungere a varare le Intese per creare i nuovi staterelli, a qualunque costo, tanto che a nulla sono valsi gli stessi moniti di Unione Europea, Ufficio Parlamentare di Bilancio, Corte dei Conti, Banca d’Italia, Confindustria e persino della Cei, che – con diversi accenti – hanno sottolineato come l’autonomia differenziata aumenterà squilibri territoriali, disuguaglianze sociali, moltiplicazione delle burocrazie con regimi giuridici diversificati nel campo del lavoro e delle attività economiche.

Il governo ha deciso di procedere spedito, in parallelo con il progetto di premierato forte: un’altra picconata all’edificio costituzionale. Autonomia differenziata e premierato assoluto cambieranno forma di Stato e di governo: la fine della Repubblica, come delineata nella Carta del 1948.

Da Catania a Torino, da Milano a Napoli, a Bologna, Trieste, Padova, Potenza, Bari il Tavolo No AD (composto da sindacati, associazioni, partiti politici, comitati) sarà in piazza (nella sezione DETTAGLI del link troverete tutti gli appuntamenti aggiornati) per dire no alla divisione della Repubblica e alla istituzionalizzazione delle diseguaglianze, e per dire sì all’uguaglianza dei diritti da Nord a Sud e al superamento degli squilibri territoriali. Cittadine e cittadini consegneranno nelle prefetture un documento di protesta nei confronti del governo, con la richiesta che ritiri il ddl Calderoli; in Veneto verrà consegnato direttamente alla Presidenza della Regione, antesignana dell’autonomia differenziata.

A Roma, in piazza della Rotonda, il presidio si terrà dalle 15,30 alle 19,30. Si darà vita a una staffetta, che accompagnerà i lavori dell’aula del Senato per tutto il ristretto tempo di discussione. Ė prevista la presenza di senatori, di esponenti delle forze politiche, sindacali, associative.