Mondo

Visitare l’oriente di Cuba è un viaggio a ritroso nel tempo

Il luogo comune dove si rifugia il viaggiatore benpensante che visita Cuba, di fronte alla moltitudine dei mendicanti distribuiti agli angoli di centri storici e alberghi: “poveretti, non hanno nulla, chiedere l’elemosina è la loro unica forma di sopravvivenza”.

In realtà uno dei fattori del declino turistico – tra i quali acqua contaminata e farmaci irreperibili – è proprio la loro pressione assillante. Se escludiamo gli anziani abbandonati, per gli altri è una professione: zoppi veri e falsi, bambini, i parcheggiatori che si dividono i turni di presidio stradale dell’auto presa in affitto dal turista, le guide improvvisate all’occorrenza anche magnaccia per il maschio single, i venditori di ron e puros (sigari) etc. In realtà, pochi di costoro rinuncerebbero alla propria postazione di “lavoro”, comunque meno faticosa di sgobbare per due soldi dentro un hotel o un ristorante. Il salario del personale alberghiero al sud – addetti alle pulizie, camerieri/e, baristi – è addirittura dimezzato rispetto alla capitale: 3-4000 pesos mensili, 17 euro al cambio attuale. Lo stesso negli ospedali, dove medici e infermieri di guardia saltano i pasti, senza nemmeno i “regaliti” dei pazienti come succede a L’Avana, garantendo comunque assistenza a tutti.

Sono loro che portano la croce, dediti al servizio h24 con turni di due giorni consecutivi per queste paghe oscene. Negli hotel almeno si portano gli avanzi della giornata a casa, ma in questi mesi di penuria alimentare con generi essenziali quali uova, verdura, latte, pane che scarseggiano per gli stessi ospiti, tale vantaggio si riduce ai minimi termini. Il quadro cambia totalmente in campagna, dove il turista non va.

Indietro tutta

Visitare l’oriente di Cuba equivale a viaggiare a ritroso nella macchina del tempo. Se a L’Avana le gloriose auto d’epoca degli anni 50 sono ormai un’attrazione turistica, da cui i proprietari traggono un discreto profitto, qui nel sud rurale costituiscono l’unica alternativa ai calessi a cavallo che svolgono il servizio taxi, e ai carri tirati dai buoi che trasportano la merce. Questi geniali accrocchi sono un puzzle di parti riciclate, con accessori personalizzati dal proprietario. Per il resto, in piccoli centri come La Maya e Jamaica in provincia di Guantanamo, si va in bicicletta, tranne qualche vecchia moto scoppiettante, ma soprattutto a piedi. Grazie al lavoro nei campi con il machete, questa gente riesce a portare un piatto a tavola quasi una volta al giorno. Pannocchie, canna da zucchero e banane la base del menù, ogni tanto pollo o maiale, carne bovina mai. Tutto è autoprodotto, nell’orto o sui campi, negozi zero.

La sera dopo le 17, domenica compresa, le file silenziose dei contadini appaiono sul ciglio della strada. Donne, anziani, giovanotti e bambini, qui il concetto di lavoro minorile non esiste, un lusso che la povertà non può permettersi. Tuttavia il raccolto stagionale è misero; la strombazzata riforma agraria rimane sui cartelloni della propaganda di regime. Mancano pomodori, lattuga e legumi, sia qui che negli hotel a 5 stelle. Eppure a confronto con la miseria untuosa nelle città, vivendo nel loro piccolo mondo antico, il popolo dei campi riesce a conservare la propria dignità. E ogni tanto si permette di alzare la testa, non dovendo nulla né allo Stato, da sempre latitante, né ai turisti inesistenti. Lo hanno dimostrato due anni fa le comunità di Palma Soriano – 50 km da Santiago – e San Antonio de los Baños – 35 dall’Avana. L’11 luglio 2021 gli animi esplosero, vessati da una indigenza fattasi insopportabile. La gente si riversò nelle strade protestando anche con violenza, contagiando poi i centri più grandi, come Santa Clara, Holguín, Santiago e Guantanamo; fino alla capitale, laddove gli scontri con la polizia causarono centinaia di arresti.

Oggi l’immobilismo di uno stato ormai fallito contrasta con il ceto privato rampante che riesce ad aggirare l’embargo vendendo prodotti a prezzi esorbitanti, aggravando così il divario sociale con le classi subalterne.

Ps. Il paradosso cubano per eccellenza: la base Usa a Guantanamo, concessa nel 1903 agli Stati Uniti in seguito all’alleanza contro la Spagna per l’indipendenza di Cuba. Senonché, la vergogna del campo di detenzione all’interno della stessa, teatro di abusi e torture ai danni dei prigionieri arabi, non ha scosso minimamente il governo cubano, pur vessato dell’embargo Usa che lo ha depauperato delle sue risorse. Forse perché a livello di diritti umani e rispetto dei detenuti – ai quali viene costantemente negato il diritto a una difesa autonoma – Cuba non ha molto da invidiare agli scomodi vicini.

Photo credit © F.Bacchetta