Ambiente & Veleni

L’ultima contraddizione della Cop28: dedica una giornata al cibo sostenibile, ma gli eventi sono sponsorizzati dalle multinazionali del settore

La Cop 28 di Dubai non dedica solo una giornata a cibo, agricoltura e acqua, quella di domenica 10 dicembre, ma è stata definita la prima ‘Coop del cibo’. Tra greenwashing delle grandi industrie e ombre sulle pressioni delle lobby, però. Accanto ad appelli e report sulle emissioni globali causate da sistemi alimentari e agricoli ormai insostenibili, infatti, ci sono anche gli eventi sponsorizzati dalle multinazionali dell’alimentazione, che lavorano in stretta collaborazione con l’Agenda sui sistemi alimentari della Cop. Le aziende alimentari e agricole hanno inviato al vertice sul clima il triplo dei delegati rispetto allo scorso anno. Secondo il sito De Smog, su 340 persone che rappresentano gli interessi dell’agroindustria (più che raddoppiato dal 2022) oltre cento si sono recati a Dubai come parte delle delegazioni nazionali. Il risultato? Nonostante la Dichiarazione sull’agricoltura sostenibile, i sistemi alimentari resilienti e l’azione per il clima, iniziativa degli Emirati Arabi Uniti firmata da 134 Paesi e un appello all’azione da parte di attori non statali, tutto ciò non si è ancora tradotto in passi in avanti concreti nei negoziati. Pochissimi i riferimenti nelle bozze finora circolate del Global Stocktake (Gst), il Bilancio Globale sui progressi ottenuti nella risposta alla crisi climatica dall’Accordo di Parigi. E che sul tema la tensione sia altissima lo dimostra anche quanto accaduto poche settimane fa, quando ex funzionari della Fao, Organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, hanno raccontato al Guardian di aver ricevuto pressione dai vertici dell’agenzia per rivedere al ribasso i dati sulle emissioni prodotte dagli allevamenti intensivi, in particolare quelli di metano. Le accuse si riferiscono a fatti che sarebbero accaduti fino al 2019.

I dati della Fao, che presenterà una road map alla Cop – A margine della Cop 28, intanto, la Fao ha pubblicato uno studio sui percorsi per ridurre le emissioni di gas serra prodotte dai sistemi di allevamento mondiali a fronte di una popolazione globale in crescita e di un aumento previsto del 20% della domanda di prodotti di origine animale entro il 2050. E ha ricordato alcuni numeri: nel 2015, i sistemi agroalimentari zootecnici sono stati responsabili dell’emissione di circa 6,2 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2 equivalenti, pari a circa il 12% di tutte le emissioni di gas serra causate dagli esseri umani e a circa il 40% delle emissioni totali dei sistemi agroalimentari, stimate dalla Fao in circa 16 miliardi di tonnellate. I bovini sono responsabili del 62% di questa quota, seguiti dai suini con il 14%, dal pollame con il 9%, dai bufali con l’8% e dalle pecore e capre con il 7%. Eppure le istituzioni europee hanno appena raggiunto l’accordo per tenere fuori proprio i bovini dalla revisione della direttiva sulle emissioni industriali (Ied). Nel 2021 ha destato molto clamore lo studio pubblicato nella rivista Nature Food e condotto da Francesco Tubiello, statistico principale ed esperto in cambiamenti climatici presso la Fao, in collaborazione con ricercatori del Joint Research Centre dell’Unione europea. Secondo lo studio, i sistemi alimentari di tutto il mondo sono responsabili di oltre un terzo delle emissioni mondiali di gas a effetto serra di origine antropica. Questo, considerando tutto ciò che ruota attorno: i cambiamenti nella destinazione d’uso dei terreni, la produzione agricola, l’imballaggio e la gestione dei rifiuti. Per un totale di 18 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio equivalente, il 34 per cento delle emissioni totali. Ma i sistemi agroalimentari non sono solo causa delle emissioni, dato che il 40% dei Paesi segnala perdite economiche in agricoltura esplicitamente legate al cambiamento climatico. Bisogna intervenire, il punto è come.

Le soluzioni proposte alla Cop e le contraddizioni – Alla Cop 28, 134 Paesi hanno firmato la dichiarazione sull’agricoltura sostenibile. “Rappresentano oltre 5,7 miliardi di persone, il 70% del cibo che mangiamo, quasi 500 milioni di agricoltori e il 76% delle emissioni totali del sistema alimentare globale” si legge sul sito. Hanno firmato anche Stati Uniti, Regno Unito, Brasile, Ue e Cina. Gli Emirati Arabi Uniti e la Fondazione Bill & Melinda Gates, inoltre, hanno lanciato una partnership da 200 milioni di dollari per i sistemi alimentari, l’innovazione agricola e l’azione per il clima. Eppure nel documento più importante della Conferenza sul clima, il Bilancio globale, si fanno timidi cenni ai sistemi alimentari. Come sottolinea Greenpeace, le soluzioni che si stanno promuovendo si concentrano “soprattutto sull’aumento del sequestro del carbonio attraverso la ‘agricoltura rigenerativa’ e sul potenziamento dell’innovazione agricola per una maggiore efficienza”. “Guai a parlare di una riduzione delle produzioni oppure a mettere in discussione il modello dell’agricoltura industriale, così sostenuto anche nella Politica agricola comune dell’Unione europea, ma che non possiamo più permetterci. Neppure in Italia” spiega a ilfattoquotidiano.it Federica Ferrario, responsabile della Campagna Agricoltura e progetti speciali di Greenpeace. L’agenda d’azione sui paesaggi rigenerativi è stata lanciata dalla Presidenza emiratina della Cop 28, insieme a World Business Council for Sustainable Development e Boston Consulting Group. Ma l’iniziativa, sottolinea il think tank italiano Ecco “ha suscitato scetticismo a causa dei suoi legami con gli attori dell’agricoltura intensiva”. Sulla carta sono riunite più di 25 organizzazioni leader nella catena di valore dell’agricoltura e dell’alimentazione “con l’intenzione di lanciare un ambizioso pacchetto di azioni volte ad accelerare l’ambizione, l’azione e la trasformazione verso paesaggi e sistemi alimentari sostenibili e resilienti”.

Gli impegni come vetrina – D’altro canto, la JBS, il più grande produttore di carni bovine al mondo e al centro di numerose inchieste ha annunciato un impegno di 9 milioni di dollari per migliorare i sistemi di tracciabilità in Amazzonia. E poi c’è la Dairy methane action alliance, con l’obiettivo di ridurre e contabilizzare il metano nelle filiere lattiero-casearie. Ad annunciarne il lancio i leader del settore Bel Group, Danone, General Mills, Kraft Heinz, Lactalis USA e Nestlé insieme all’Environmental Defense Fund. Entro la fine del 2024, queste aziende firmatarie si impegnano a rendere conto in modo trasparente e pubblico delle emissioni totali di metano prodotte dalle loro filiere lattiero-casearie e a creare e attuare un piano d’azione per ridurle. Ma a Dubai c’è anche il North American Meat Institute, secondo cui “è sconosciuta” la misura in cui l’attività umana ha portato al cambiamento climatico e i delegati legati all’Animal Agriculture Alliance, secondo cui si esagera quando si parla degli impatti della produzione di carne sul cambiamento climatico. Ma sono alla Cop di Dubai anche il colosso dei fertilizzanti Nutrien e le aziende di pesticidi Bayer, Syngenta, Basf.

I lobbisti dell’agribusiness – A ottobre scorso, un’indagine di Unearthed, team di giornalismo investigativo di Greenpeace, ha svelato come i lobbisti europei dell’agribusiness sfruttassero la ‘Dichiarazione di Dublino’ per fare pressione sull’Unione Europea contro le misure di riduzione del consumo di carne nelle politiche sulla salute e sulla sostenibilità. La dichiarazione, pubblicata a ottobre 2022 dall’agenzia governativa irlandese per l’agricoltura Teagasc, sostiene che la zootecnia sia “troppo preziosa per la società per diventare vittima di semplificazioni, riduzionismo o fanatismo”. Secondo l’inchiesta della ong, però, benché sottoscritto da scienziati, il documento è stato redatto da gruppi e consulenti dell’industria zootecnica. E Marco Contiero, responsabile Agricoltura di Greenpeace Ue, sottolineava che “secondo la più accreditata ricerca scientifica, l’allevamento impiega l’83% della superficie agricola mondiale per produrre solo il 18% delle calorie che consumiamo, generando di contro il 60% delle emissioni di gas serra dell’agricoltura”. In Europa, invece, il settore zootecnico è responsabile di quasi il 90% delle emissioni di ammoniaca che l’agricoltura immette nell’atmosfera e dell’80% della dispersione di azoto.