Cronaca

Evasione Artem Uss, due arresti e altri tre ricercati: uno è stato fermato a Desenzano. La ricostruzione: ecco il piano in quattro fasi

Due arresti e altre tre persone identificate. Furono sei le persone ad aiutare il cittadino russo Artem Uss nella sua fuga da Basiglio, alle porte di Milano, dove era detenuto ai domiciliari in attesa di estradizione. Uno di loro è stato fermato a Desenzano, nel Bresciano, mentre un altro complice era in Croazia. Altre persone sono ricercate sempre nel Paese balcanico e in Slovenia. L’operazione di cattura è stata autorizzata dal gip di Milano, Anna Magelli, su richiesta della procura al termine di un’inchiesta dei carabinieri. Tutti i sei sono gravemente indiziati dei reati di evasione e procurata evasione in concorso, con l’aggravante del reato transnazionale. Poco prima della diffusione della notizia, il dipartimento di Stato Usa ha annunciato una taglia da 7 milioni di dollari per chi fornirà informazioni che portino all’arresto o alla cattura di Uss, tornato a Mosca sfruttando una rete internazionale di contatti. Le persone arrestate o ricercate sono Vladimir e Boris Jovancic padre e figlio di origini bosniache, Matej Janezic, sloveno, e Srdjan Lolic e Nebojsa Ilic, serbi.

Boris Jovancic, figlio del basista Vladimir, è l’uomo stato catturato a Desenzano. A lui era intestata la Volvo V60 che è stata tra le auto usate per portare Uss fuori dall’Italia. Il piano di evasione e di fuga di Artem Uss è stato “articolato in quattro fasi”: dai sopralluoghi preliminari – almeno 5, secondo gli Usa – al prelevamento dell’uomo agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico in un appartamento di Cascina Vione a Basiglio, dall’accompagnamento alla frontiera a Gorizia, da dove è passato poi in Slovenia per raggiungere infine la Russia. Un’amica dei fiancheggiatori è indagata per aver messo a disposizione la Fiat Bravo su cui Uss, il 22 marzo, attorno alle 10.40, è salito sul sedile posteriore per poi fuggire.

Il commando che ha liberato Uss è stato in grado di “ritardare l’allarme” lanciato dal braccialetto elettronico del russo grazie a “un interdittore di segnale”. Il dispositivo elettronico, fornito da Fastweb per monitorare il 41enne russo, era stato disposto dalla Corte d’appello di Milano in attesa di decidere sull’estradizione negli Stati Uniti. Durante i mesi passati ai domiciliari “si sono avuti 38 allarmi, di cui 20 in soli due giorni”, nelle date del 20 e 21 febbraio, di poco successive al secondo sopralluogo del 17 febbraio, stando alla gip. Nell’inchiesta del pm Giovanni Tarzia, che si è avvalso di una consulenza tecnica, è emerso come i “molteplici messaggi d’allarme” sarebbero dipesi da “situazioni differenti” riconducibili a 3 tipologie.

La maggior parte per “controllo dello stato mancante” tra il sistema EMSYS e il dispositivo “che potrebbe essere dipeso dalla momentanea assenza di rete mobile”; in secondo luogo casi di “mancanza di alimentazione” per via di un “black-out temporaneo”; infine la “fuoriuscita del braccialetto dal perimetro”. Quest’ultimo evento – cruciale – è stato registrato però solamente il 22 marzo, data dell’evasione. Dopo i 20 allarmi scattati in meno di 48 ore ci sarebbe stato “un intervento tecnico di Fastweb” per sostituire la “basetta presente nel domicilio con installazione di un nuovo dispositivo in un punto dell’abitazione con maggiore copertura di rete”.

L’uomo, figlio di un potente politico russo vicino al presidente Vladimir Putin, era stato arrestato il 17 ottobre del 2022 all’aeroporto di Milano-Malpensa, in esecuzione del mandato di arresto emesso il 26 settembre dal dipartimento di giustizia degli Stati Uniti d’America, per i reati di associazione criminale per frode ai danni dello Stato, associazione criminale per violazione dell’International economic power Act, associazione criminale per la commissione di frode bancaria, associazione in riciclaggio di denaro, puniti con pene fino a 30 anni di reclusione.

Un mese dopo l’arresto, un collegio di tre giudici del tribunale di Milano aveva approvato la sua richiesta di essere trasferito ai domiciliari. A quel punto l’ambasciata americana a Roma aveva chiesto alle autorità italiane di ripensarci, per i rischi di fuga, ma il ministero della Giustizia aveva risposto che la competenza sui domiciliari era dei giudici. Il 22 marzo, il giorno dopo che il tribunale di Milano ha approvato la richiesta di estradizione di Uss verso gli Stati Uniti, è scomparso. Il braccialetto alla caviglia, che funzionava solo sulla rete wi-fi dell’appartamento, ha allertato le forze dell’ordine che aveva lasciato l’edificio, ma quando sono arrivate era troppo tardi.