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L’amnesia di Giani con Emanuele Filiberto: lo invita nella tenuta di San Rossore, dove il re Savoia firmò le leggi razziali

Fiumi di inchiostro hanno raccontato la sua invidiabile forza mentale e atletica per affrontare un numero sempre fiammeggiante di vernissage e banchetti. Anzi, analisi nient’affatto scientifiche hanno attribuito parte del suo consenso personale proprio alle sue maratone davanti a nastri da tagliare e conseguenti vassoi a cui attingere: il rinfresco come diabolica macchina elettorale. Ora però proprio una tavola imbandita è l’infida traditrice del presidente della Regione Eugenio Giani che – preso dall’euforia del cerimoniere, ruolo in cui ha pochi rivali nel mondo – si è ritrovato a fare frizzi e lazzi e sperticarsi in complimenti e cordialità fin troppo affettuose con Emanuele Filiberto di Savoia, noto a tutti come astro del firmamento della musica italiana defraudato della vittoria al Festival di Sanremo per un golpe del presidente della Repubblica (almeno questa è la drammatica testimonianza di Pupo). La Regione non ha mantenuto alcun segreto sul ricevimento del savoiardo-ex esperto di ballo ad Amici a Palazzo Strozzi Sacrati, avvenuto una decina di giorni fa, ma solo in queste ore è girato un filmato in cui Giani si alza in piedi davanti alla tavola piena di calici e – con Emanuele Filiberto da una parte e Cesara Buonamici dall’altra – recita il suo consueto copione che prevede amarcord, aneddotica, “radici”, toscanità, orgoglio della regione culla della civiltà, dei diritti e della democrazia. Per l’appunto, in questo specifico caso, col discendente monarchico al suo fianco, Giani non si accorge che passin passetto si sta avventurando su un terreno colmo di mine, avendo a che fare con l’erede della disgraziata dinastia toccata in sorte all’Italia. Il presidente saluta i presenti, si rivolge a Emanuele Filiberto con l’appellativo “principe” che come noto in Italia vale come quello di Superpippo e ammazza il tempo col solito tic da Alberto Angela per divulgare oltre il dovuto il “rapporto profondo tra i Savoia e Firenze“, ma che dico Firenze, la Toscana. Fino a valicare il limite invalicabile: “Col principe (Superpippo, ndr) parlavamo che in primavera dovrà vedere la tenuta di San Rossore che è profondamente legata alla storia della sua dinastia”.

La tenuta di San Rossore, una bellissima area verde e protetta tra le province di Pisa e Lucca, è così “profondamente legata” a Casa Savoia che è ricordata – evidentemente non abbastanza – per essere stata senza che ne abbia avuto colpa il luogo in cui Vittorio Emanuele III, il bisnonno del “principe”, controfirmò le leggi razziali, una delle infamie del fascismo. Si racconta che il re – provato da un tale peso sull’anima – quel 5 settembre del 1938 vidimò i decreti di Benito Mussolini dopo una ricostituente passeggiata fino al mare. Con grandissimo affanno strapparono il sovrano ai piaceri di San Rossore anche quando Mussolini stava organizzando la Marcia su Roma. Vittorio Emanuele III tornò nella capitale di malavoglia (era già vestito in tenuta da caccia quando lesse l’ultimo telegramma): era il 26 ottobre.

Emanuele Filiberto proprio di recente, a differenza del padre, ha chiesto scusa per quella decisione sciagurata con cui il bisnonno ha macchiato il nome della famiglia. E dall’altra parte tutti i toscani metterebbero la mano sul fuoco su Giani, ex socialista nato a San Miniato e residente Sesto Fiorentino, due paesi in cui la sinistra non perde mai un colpo, un governatore che presenzia a ogni cerimonia antifà, uno che tiene a mente una per una le sanguinose stragi naziste che hanno ferito la Toscana, Sant’Anna e le altre meno conosciute. Allora a maggior ragione ha lasciato sbigottito più d’uno il governatore che concionava davanti al “principe” Savoia e gli rendeva onore, inevitabilmente a nome di tutti i toscani. Una scena che ha suscitato lo shock della Fiom (“Siamo forse impazziti?”) che per prima ha dovuto ricordare giocoforza la Toscana “cuore della Resistenza, Regione dei fratelli Rosselli, di Spartaco Lavagnini, di Piero Calamandrei e di tanti altri che l’hanno difesa e onorata”. E il Pd ha perso il rossore (minuscolo e senza santità) e ha finalmente ritrovato la parola solo dopo che il presidente ha fatto partire una lunghissima nota in cui ribadisce che “i democratici e le democratiche non possono avere dubbi o tentennamenti sulle responsabilità del fascismo e della monarchia”, che “sulla storia il mio pensiero è chiaro ed è di piena condanna dei Savoia di cui, tra le altre cose, non posso dimenticare l’avallo al regime fascista, le leggi razziali, la guerra e la fuga che hanno rappresentato la pagina più buia del nostro Novecento”, che fu lui cinque anni fa da presidente del consiglio regionale a organizzare proprio a San Rossore l’assemblea degli eletti toscani in occasione degli ottant’anni delle leggi antisemite e quindi non c’è “possibilità di ulteriori strumentalizzazioni“. Ora, per evitarne altre, non resta altro che ricordarsi di queste cose anche quando il “principe” accoglierà l’invito a San Rossore.