Televisione

Fabio Fazio a FQMagazine: “Il successo di Che tempo che fa su Nove? C’è spazio per costruire fuori dai luoghi consueti. Nessun rancore verso la Rai”. Poi commenta così la ‘nuova narrazione’…

Il conduttore si è raccontato a FQMagazine: "La nuova narrazione del servizio pubblico non voleva dire quello di cui aveva bisogno il pubblico. L'ospite che avrò domenica? Ritorna in tv, dopo quasi dieci anni, Beppe Grillo per un incontro che credo sarà decisamente sorprendente"

Quando a Fabio Fazio chiediamo quanti sassolini sta togliendo dalle scarpe, prende un libro dalla scrivania: “Me lo hanno regalato. Si chiama ‘Il Centro televisivo di Roma‘, è del 1957 curato da Leonardo Sinisgalli. È un capolavoro di quello che era la Rai degli inizi, in qualche modo un libro d’arte. Arrivo da quarant’anni di una vita che non avrei potuto nemmeno immaginare fosse la mia, non posso avere rancore. Non ho rancore per la Rai perché della storia di questa azienda faccio parte. Non mi sono mai sentito estraneo o abusivo”.

L’appuntamento è alle diciassette, puntuale. “Non so cosa tirerà fuori di buono, chiacchieriamo”, insiste l’uomo del momento che concede rare interviste. Dopo quattro puntate la media auditel di “Che tempo che fa” su Nove, gruppo Warner Bros. Discovery, è clamorosa: intorno all’11% di share con oltre due milioni di telespettatori.

Puntava al 4%, era scaramanzia?
“Chi conosce i numeri sa che la scaramanzia poteva essere prudenziale, speravo di arrivare al 5-6%. Mai avrei pensato a questi dati. Sarebbe stato presuntuoso o forse dilettantesco aspettarseli”.

In questi mesi ha trascorso qualche notte insonne?
“Vivo il mio mestiere in modo molto diverso da come si può pensare. Le cose sono andate come tutti sanno, a quel punto uno ritenta da zero. L’obiettivo era fare il meglio possibile, cercando di non sfigurare. L’idea che potesse cambiare così radicalmente il panorama televisivo non potevo nemmeno immaginarlo”.

Scrivono Fazio ha rotto il duopolio.
“Non ho rotto il duopolio, è solo un programma che si aggiunge a una rete. Abbiamo forse dimostrato che c’è spazio per costruire qualcosa altrove rispetto ai luoghi consueti. C’è la possibilità di usare in chiaro la formula delle piattaforme. Quattro anni è un periodo lunghissimo, non mi aspetto che il mio cammino sia semplice. Ho fatto i primi quattro passi, ne mancano cento”.

Il terremoto televisivo però c’è stato, i numeri di Che tempo che fa sono praticamente gli stessi di Rai3. Il format e conduttore oggi sono più forti della rete televisiva?
“È un discorso che mi appassiona molto, sono solo teorie che si verificano ex post, dopo siamo tutti bravi. Ho due figli adolescenti in casa e so cos’è per loro la televisione: quello che per me è il forno microonde. Una roba che se mi serve l’adopero, per loro la frase ‘stasera sto a casa e vedo cosa c’è in televisione’ è impensabile. È la morte del palinsesto e della cosiddetta linea editoriale, i ragazzi giovani sotto i 30 cercano quello che vogliono, che sia il podcast di Fedez o la serie su Netflix. La scommessa è stata: se è vero che la gente cerca, qualcuno verrà a cercarci. Non pensavo in questa misura”.

La tv generalista ne esce male.
“La tv generalista, soprattutto quella pubblica, deve essere il posto in cui gli spettatori si riconoscono. Questo riconoscimento passa per la storia della rete e i volti a cui ti affidi, è la differenza che c’è tra una piattaforma e una rete in chiaro”.

Domenica sono arrivati i complimenti del vicepremier Tajani, lei ha risposto: “Mi fa piacere, non so a quanti altri farà piacere”.
“I complimenti del ministro degli Esteri a un programma in onda sul Nove, non so quanto possono far piacere a chi ha pensato di fare a meno del nostro programma”.

Si muove tutto su confine labile: non è stato cacciato, non è stato trattenuto.
“Ho preso atto delle loro decisioni, non essendo mia l’azienda. Non mi hanno rinnovato il contratto, legittimamente, anche se può apparire senza senso. Ho trovato una nuova casa”.

A destra si parla della necessità di una “nuova narrazione” ma gli ascolti per ora non ci sono. È una necessità del pubblico o della politica?
“Quello è stato l’inizio della fine, quando ho sentito ‘nuova narrazione’ ho capito cosa sarebbe successo. La nuova narrazione non voleva dire certamente la narrazione di cui aveva bisogno il pubblico”.

Dopo le elezioni ha capito che sarebbe finita così?
“Avevo avuto più di centoventi avvisaglie (il riferimento è agli attacchi di Matteo Salvini, ndr) negli anni precedenti di quello che mi sarebbe capitato, ero abbastanza certo che il tema era trovare dei simboli da offrire”.

Dopo la sua uscita Salvini ha scritto “Belli Ciao”. Cosa ha pensato?
“Non ho capito perché ha dovuto firmare la nostra uscita, non era necessario. Gli sono grato ma lo sapevo già (ride, ndr)”.

La nuova Rai chiude le porte a Saviano e Fedez, le spalanca a Fabrizio Corona.
“Il fatto che la Rai spalanchi a chiunque le porte non mi dispiace, trovo sia doveroso. È il tema dell’esclusione che mi dispiace moltissimo ed è il contrario del servizio pubblico. Ho avuto maestri importanti nella mia vita come Angelo Guglielmi, Carlo Freccero e Paolo Ruffini: nessuno ha mai escluso nessuno. La tv si fa aggiungendo, non togliendo”.

La “sua” Rai3 è in difficoltà. Che effetto le fa?
“Il servizio pubblico è patrimonio di tutti. Anche mio, a maggior ragione adesso che sono solo un utente. Mi dispiace molto e penso che la tv pubblica debba avere un ruolo importante, che non è un ruolo di prevaricazione e predominio ma un luogo dove costruire una piazza per tutti”.

Che tempo che fa è approdato su Nove, dovete fare a meno di teche, archivio, sedi estere.
“Noi speriamo che la Rai ci venda il materiale di repertorio. È vero, non abbiamo le sedi Rai ma ci appoggiamo alla CNN. L’importante è non perdere freschezza e autorevolezza”.

Luciana Littizzetto sembra quasi più a suo agio, forse teme meno le polemiche?
“È anche la mia sensazione su me stesso (ride, ndr). Siamo tutti e due più rilassati. Gli ultimi cinque anni mi sono dovuto difendere continuamente. Da solo. Sembrava un sacrilegio perché ero rimasto a lavorare lì. A un certo punto subentra una comprensibile stanchezza”.

Volto di punta di Nove è Maurizio Crozza, allergico a ospitate e interviste. Lo vedremo a Che tempo che fa?
“Lo spero, io l’ho invitato anche alla prima. Mi ha detto: ‘Non vado mai da nessuna parte, come te’. Su questo ha ragione”.

A Che tempo che fa sono passati diversi premier. Ha invitato anche Giorgia Meloni?
“Quest’anno non ancora. L’anno scorso l’abbiamo invitata più volte, anche prima del debutto, e ha sempre detto di non essere disponibile”.

I fuorionda di Striscia la notizia su Giambruno sono una notizia politica?
“Certamente sì. Non so se utilizzerei i fuorionda ma quando si parla di un presidente del Consiglio non si può dire che non ha rilevanza. Glielo hanno detto tutti di stare attento a quello che diceva, Ricci e Striscia la notizia lo fanno da sempre ed è da ingenui non pensarci”.

Il vostro Tavolo conquista pubblico e critica, c’è un richiamo alla tv arboriana con Frassica e Ferrini?
“La ricorda, è un omaggio. L’idea è quella di mettere molti ingredienti e cucinarli come nascono. Io non ho la scaletta, è jazz tv. È un incrocio meraviglioso”.

Ospita volti di altre reti, lancia prodotti in onda sulle piattaforme. Questo aspetto faceva discutere in Rai, ora vorrebbe nel suo programmi volti del servizio pubblico?
“Abbiamo Simona Ventura e Francesco Paolantoni. L’idea di mettere degli steccati non ha senso, dal primo giorno ai vertici di Discovery ho detto: ‘Dobbiamo raccontare tutto quello che c’è’. Se poi per una forma di rancore non mi mandano degli ospiti è un problema di chi non li manda, qui le porte sono apertissime. La tv è il racconto del presente, la tv deve essere contemporanea”.

Ora che lavora per una tv commerciale si è liberato dalla domanda sui compensi. Vespa ha detto: “Fazio è un maestro nei contratti”.
“Mi dispiace che lui non sia soddisfatto dei suoi guadagni, posso farlo aiutare. Al di là delle sue battute, non voglio polemizzare”.

Come si è spiegato l’ossessione per i suoi cachet?
“Mi sono chiesto sempre il contrario, perché nessuno chiede quanto guadagna l’azienda trasmettendo quel prodotto oppure quanto perde non mandandolo in onda. Noi per fortuna facciamo un mestiere ben pagato, molto ben pagato se si guarda ad altri, siamo tra i fortunati che hanno il dovere di restituire, non solo con le tasse ma anche con comportamenti virtuosi, la fortuna avuta. Per il mio contratto è stata scomodata persino la Corte dei Conti. La cosa stupefacente è stato concentrarsi solo sui soldi, un esercizio da bar superficiale e qualunquista. È servito a preparare un terreno che poi ha portato a quello che è successo. Penso a Saviano a cui dicono ‘quello ha la scorta’, come se fosse un privilegio”.

Tra gli applausi di molti ha deciso di non dare spazio ai no-vax, da lei non si vedono i Vannacci di turno.
“Non tutto è dicibile. In quel frangente eravamo disarmati, senza vaccino, temevamo di morire nella notte. Io abito in una zona di Milano tra due ospedali, vivevo da solo a casa mentre la mia famiglia era in Liguria, non facevo altro che sentire ambulanze. A me è sembrato ovvio e doveroso fare servizio pubblico, stare acceso sempre. Avevo anche proposto di avere un canale acceso sempre, con tutti colleghi darci il cambio per tenere compagnia alle persone a casa. L’atteggiamento contro la scienza è inaccettabile e non sarò io a dargli voce.”

Cosa la fa arrabbiare?
“Non esterno la rabbia che provo, questo fa male alla salute. Col tempo, pensando ai miei figli e alla situazione di benessere professionale e di vita che ho, penso che arrabbiarsi sia una stupidaggine. Ho imparato a dare il giusto peso alle cose, un qualunque problema dei miei figli è più importante di qualunque problema mio. Ci vuol tempo ad acquisirla”.

Il successo può travolgere.
“La tv ti porta a metterti al centro della scena, anche in famiglia, pensi che tutto ruoti attorno a te. È una cosa odiosa che io cercato di tenere a bada, fin dai tempi di Quelli che il calcio, da quel momento ho capito che bisognava evitare di parlare di sé. Per motivi professionali non mi arrabbio, le regole del gioco le conosco. Ignoro, non mi metto a perdere tempo a spiegare, mi dispiace a volte la disinvoltura con cui si è portato a giudicare cose che non si conoscono”.

L’accusano di buonismo, di avere un approccio poco incalzante verso l’ospite.
“Ho visto domenica l’affetto di tutti per Vincenzo Mollica, è stato bellissimo. Per anni gli hanno detto che parlava solo bene. Una sera mi telefonò Enzo Biagi, erano gli ultimi mesi della sua vita, mi disse: ‘Ricordati che noi’, un noi con un grande peso per me, ‘che adoperiamo le parole possiamo fare molto male. Ricordati quando hai un dubbio devi pensare cosa ti hanno insegnato tua mamma e tuo padre’. Un’intervista non è per mettere a disagio qualcuno ma è per conoscere la persona, per capire la sua posizione, il suo punto di vista.

Si può ottenere un risultato da un’intervista anche senza essere incalzanti?
“Credo sia necessario il rispetto delle persone che abbiamo di fronte. Una volta, all’inizio di Che tempo che fa, sono stato sgradevolissimo con Zeffirelli. Me ne sono vergognato, lo chiamai per chiedergli scusa qualche tempo dopo e lui fu molto carino. Ho sprecato l’occasione, potevo parlare con lui di cose meravigliose e ho parlato con lui di presunti abusi edilizi a casa sua. Perché pensavo di essere figo facendo quello cattivo, ci vuole la patente per arrogarsi il diritto di dire cose sgradevoli. Rispetto per chi lo fa, un altro mestiere. Quella patente non credo di averla e forse non l’avrò mai”.

Come spiega ai suoi figli quello che sta accadendo in Medio Oriente e in Ucraina, tra guerra e fazioni da stadio?
“Il primo dato è generazionale, ho due figli di 19 e 15 anni, diamo per scontati parametri che si basano sulla nostra formazione per cui le parole hanno un certo significato. Già la parola Medio-Oriente per loro non vuol dire niente, il tentativo mio è cercare di spiegare contestualizzandolo in un luogo e in un tempo. Non abbiamo coscienza che la formazione novecentesca che abbiamo noi è molto più vicina all’ottocento che al presente. E loro non hanno questi strumenti, il tema vero è riuscire a coinvolgerli su quello che accade nel mondo”

Il suo rapporto con Mike Bongiorno, da fan a inquilino.
“Ero un bambino, mi feci portare da mio padre al cinema Astor a Savona. Mike veniva la domenica mattina a pubblicizzare delle enciclopedie. Per me vederlo era incredibile, dicevo: ‘Papà ha gli stessi occhiali che ha in televisione’. Molti anni dopo con mia moglie cercavamo una casa in affitto, mi ritrovai al piano di sotto in una proprietà di sua moglie Daniela. Mike aveva fatto mettere il videocitofono su un canale del televisore, io mi sintonizzavo alle sette e mezza, sapevo che lui tornava e lo guardavo. Quando feci il primo Sanremo tornai a casa dopo l’ultima sera, erano le quattro del mattino. Mike era venuto sul pianerottolo ad appendere una serie di bigliettini, mi aveva scritto tutti i commenti sera per sera. Conservo tutto”.

Il ragazzo che inizia come imitatore da Raffaella Carrà finisce per intervistare Papa Francesco. Se guarda indietro cosa vede?
“Mi sembra molto strano. È come se io avessi aperto una gigantesca parentesi un giorno e non l’avessi ancora chiusa. Ho sempre questa sensazione stupidissima nel viverla come se fosse davvero solo una parentesi, sono quello lì che pensa non ci andrò mai in televisione”.

È vero che doveva condurre uno show evento dedicato a Carrà su Rai1?
“È vero. Non si è fatto perché è trascorso inutilmente un sacco di tempo e mi è dispiaciuto molto”.

Il suo contratto con Discovery è di quattro anni e prevede altri progetti.
“Mi piacerebbe fare qualcosa di nuovo”.

Fiorello dice che deve chiedere una liberatoria a Discovery e fare Sanremo 2025.
“Dopo il trionfo di Amadeus, l’unico che può farlo è Fiorello! Questi quattro anni nella nuova casa che mi ospita penso siano gli ultimi quattro anni della mia carriera e che sia difficilissimo tornare in Rai”.

Nei suoi programmi sono passate tantissime star, qual è la richiesta più strana che ha ricevuto?
“Madonna volle tutto nero anche la moquette doveva essere nera, non voleva sentire rumori sul pavimento. Ai tempi di Quelli che il Calcio Elton John chiese degli smarties. Una quantità importante, tranne quelli di un colore. Quindi ci fu qualcuno che dovette selezionare a uno a uno. A me queste cose divertono perché in quale altro lavoro possono succedere cose simili?”.

Cosa sta preparando per le prossime puntate?
“Domenica ritorna in tv, dopo quasi dieci anni, Beppe Grillo per un incontro che credo sarà decisamente sorprendente”.

Altri colpi in arrivo?
“Lavoriamo su tanti nomi ma non cerchiamo il colpo a tutti i costi. Non è il nome a fare la puntata, certo aiuta. Ma stiamo lavorando sulla costruzione, quello fa la differenza. Il clima che si crea”.

Fabio, a chi deve dire grazie?
“Bruno Voglino e Guido Sacerdote che mi hanno preso al primo provino per Pronto Raffaella. Un grazie enorme a Enrico Vaime con cui ho fatto venticinque anni in radio Black out, avevo diciannove anni. Luciano Salce per farmi risparmiare i soldi per il taxi mi dava i passaggi per andare all’aeroporto. Vaime diceva ‘sai con Ennio…’, e Ennio era Flaiano. Ho avuto la fortuna di vivere nel 1983 la Rai degli anni 50 e 60. Ho fatto quaranta anni di Rai ma come ne avessi vissuto sessanta grazie a loro”.

È bravo, ricco, famoso, ha successo. Cosa manca?
“Mi manca forse il tempo, vorrei avere più tempo”.

Per fare?
“Forse è banale ma l’unica cosa che mi interessa è stare più tempo possibile con i miei figli”.