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Putin, la strategia del consenso: legittimato dagli ultranazionalisti all’estrema sinistra. Le zone di ambiguità dell’opposizione di Navalny

Le dittature al potere, ad eccezione della Corea del Nord, oggi generalmente prediligono una strategia che prevede la cooperazione tra piccoli partiti politici non di governo e il potere centrale, oltre che di rapporti ambigui tra gruppi estremisti e regime. Insomma, anche il leader più liberticida preferisce, per ottimizzare la gestione del consenso, interagire con numerose organizzazioni di facciata, che tendono a offuscare o minimizzare il fatto che il sistema è di fatto bloccato e monopartitico, ma soprattutto aiutano a legittimare elezioni farsa. Insomma, vincere con l’80 o il 90% dei voti rende presentabili di fronte ai propri cittadini rassegnati ma soprattutto a quella parte di opinione pubblica occidentale disposta a crederlo che in fondo anche l’autocrate permette di votare. E magari anche, come ha scritto qualcuno, che la sua è una “forma di governo più efficace nei confronti del crimine” e di altri problemi dei paesi ricchi. Già, a patto di accettare che – come dichiarò anni fa un dissidente del regime di Alexander Lukashenko in Bielorussia – nelle dittature la gente vive senza ladri perché solo uno è autorizzato a rubare.

La “cooperazione” tra estrema destra ed estrema sinistra – Per questo, la Russia – nel ventennio putiniano – ha sempre visto un partito di estrema sinistra e uno di estrema destra cooperare nel rendere “legittime” elezioni in cui i brogli e la rassegnazione hanno finito sempre per prevalere: Gennady Zyuganov con i suoi comunisti e Vladimir Zhirinovsky a capo di un partito liberale nel nome ma neofascista nella sostanza. Le critiche alle ricette economiche del leader – unite al sostegno alla sua visione geopolitica – sono state il marchio di opposizioni solo di facciata. Così, il primo dopo aver sostenuto per anni che il Donbass dovesse essere indipendente dall’Ucraina all’indomani dell’attacco russo schierò il partito comunista russo a favore dell’indipendenza del Donbass e l’uso della forza. Dalla mozione presentata dai comunisti alla Duma, il parlamento russo, il 19 gennaio 2022 discese la legittimazione formale dell’attacco all’Ucraina, di lì a un mese. Discorso analogo vale per Vladimir Zhirinovsky che, dopo anni di minacce, il 27 dicembre 2021 quasi azzeccò il giorno dell’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022: “Alle 4 del mattino del 22 febbraio sentirete” la nuova strategia russa. Aggiunse poi che avrebbe voluto che il 2022 fosse sarà un anno pacifico. Ma non lo sarebbe stato: “Sarà un anno in cui la Russia diventerà di nuovo grande” disse, prendendo a prestito uno slogan di Donald Trump. Si poteva perdonare uno sbaglio di due giorni fatto da uno che confessava il vero mentre in occidente gli opinionisti, anche loro organici alla strategia russa, ripetevano che mai e poi mai Mosca avrebbe aggredito i fratelli di Kiev. Con i comunisti e l’ex partito di Zhirinovsky come principali “oppositori” di facciata, il presidente russo Vladimir Putin si prepara ad annunciare pubblicamente la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2024. Secondo fonti citate da “Kommersant”, il principale quotidiano economico russo, potrebbe dare l’annuncio a margine del forum internazionale “Russia” che si terrà a Mosca, a novembre, mentre presenterà ai media e ai dirigenti di tutto il Paese i successi economici del suo quarto mandato.

Gli ultranazionalisti – Un discorso analogo si potrebbe fare per gli ultranazionalisti che Putin stesso tratta con le molle in quanto godono di un sostegno molto ampio all’interno della pubblica amministrazione e delle forze armate. Il Cremlino negli anni è riuscito a “usarli” approfittando delle loro divisioni interne e dei conflitti permanenti che li logorano. In occidente, il più noto è Alexander Dugin, secondo il quale fin dal 2014 la guerra tra Russia e Ucraina era inevitabile e il leader russo avrebbe dovuto usare la forza. Un altro dei leader nazionalisti, Igor Girkin, dopo essersi presentato in Donbass come emissario del Cremlino, è arrivato ad autodefinirsi “l’uomo che ha premuto il grilletto che ha fatto scoppiare la guerra” nel 2014. Fece anche scoppiare, va detto, il volo MH17 che provocò 298 morti civili il 17 luglio 2014. Dopo anni di protezione da parte dell’ex KGB, 18 luglio 2023 quello che ormai era un war blogger famoso esortò Putin a trasferire il potere “a qualcuno veramente capace e responsabile dopo che il paese è stato guidato da un malvivente che è riuscito a soffiare polvere negli occhi alla popolazione. Il paese non sopravviverà altri sei anni di molte chiacchiere vuote, il minimo di azione e l’assoluta mancanza di responsabilità per i fallimenti”. Non stupisce che di lì a tre giorni fu arrestato con l’accusa di estremismo e da allora è sparito dai riflettori, salvo confermare le voci di una sua candidatura alle prossime elezioni: secondo lui, Putin è troppo fiducioso e gentile, ha troppi intrallazzi con uomini d’affari, ai quali non può rifiutare nulla, e in definitiva è meno esperto di lui nelle questioni militari.

Le ambiguità di Navalny e il coraggio di Kara-Murza – Ci sono figure che non parteciperanno alle prossime elezioni, perché rinchiuse in prigione per motivi politici, ma che rappresentano vere e credibili opposizioni liberali e democratiche. Tra loro non mancano posizioni a dir poco ambigue dei leader dell’opposizione liberaldemocratica sul tema dei territori ucraini occupati dalla Russia. Il celebre dissidente russo Alexei Navalny nel 2014 sosteneva che non avrebbe restituito la penisola di Crimea all’Ucraina se avesse avuto il potere di farlo e che riteneva la questione dell’immigrazione clandestina dall’Asia verso la Russia cento volte più importante dell’integrità territoriale ucraina. “Penso che, nonostante il fatto che la Crimea sia stata conquistata con gravi violazioni di tutte le norme internazionali, la realtà è che la Crimea ora fa parte della Russia“. Ben diversa fu all’epoca la posizione di Boris Nemtsov, apertamente contrario all’annessione della Crimea da parte della Russia e certo che la penisola del Mar Nero fosse parte integrante dell’Ucraina: “Questa non è la nostra guerra, questa non è la vostra guerra. Questa è la guerra di Vladimir Putin” il quale “cerca di sezionare l’Ucraina e di creare nell’est del paese uno stato fantoccio che è completamente controllato economicamente e politicamente dal Cremlino” facendo così sprofondare “la Russia stessa nella menzogna, nella violenza, nell’oscurantismo e nell’isteria imperiale”. Di lì a pochi mesi Nemtsov trovò posto in una tomba del Cimitero di Troyekurovskoye di Mosca.

Inaspettatamente coraggiosa appare anche la figura di Vladimir Kara-Murza, che ha condannato apertamente l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca anche dopo che il Cremlino ha bandito tali critiche. Prima di essere condannato alla pena detentiva più lunga mai inflitta dal regime a un prigioniero politico, era rientrato volontariamente a Mosca dagli Usa e si era detto di essere certo “che verrà il giorno in cui l’oscurità sul nostro Paese si dissiperà, in cui una guerra sarà chiamata guerra, e un usurpatore un usurpatore; e quando coloro che hanno acceso e scatenato questa guerra saranno riconosciuti come criminali”. Intervistato nel 2017 da PBS, aveva affermato: “Per quanto forti siano la dittatura e la repressione, se un numero sufficiente di persone impegnate saranno pronte a mantenere la propria posizione e a difendere la propria libertà, i propri diritti e la propria dignità, prevarranno”.

È interessante concludere con l’analisi geopolitica del più famoso oppositore liberale ancora a piede libero, il pluricandidato alla presidenza Grigory Yavlinski. Diciamo subito che nel 2024 non dovrebbe candidarsi, più per paura che per rassegnazione. All’inizio del conflitto, nel 2014 anticipò la reazione occidentale all’aggressione russa dell’Ucraina: “Invece di muoversi insieme all’Ucraina verso l’Europa, la Russia sta cercando di trascinare il Paese nella direzione diametralmente opposta. Rinunciando al vettore europeo, la Russia crea una zona di instabilità, poiché praticamente tutti i suoi vicini occidentali e anche meridionali aspirano in ultima analisi all’Europa. Di conseguenza, tutti questi paesi disporranno di forze significative che contrasteranno i piani della Russia di trattenerli e di non lasciarli andare. Prima o poi l’instabilità causata da questo errato approccio antieuropeo colpirà anche la stessa Russia”.

david.rossi.italy@proton.me