Politica

Modificare il reato di tortura renderebbe l’Italia il primo Paese a fare dietrofront

Come proprio questo giornale ha reso noto alcuni giorni fa, sembra sia intenzione del governo quella di mettere mano alla norma che oggi permette di non lasciare nell’impunità le violenze illegittime perpetrate da appartenenti alle forze dell’ordine. Sto parlando del reato di tortura, introdotto nel codice penale italiano solamente nel luglio 2017, a seguito di vari interventi della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo tra cui ovviamente quelli relativi ai fatti di Genova 2001. Erano passati quasi trent’anni dalla ratifica da parte dell’Italia della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, che impone l’introduzione del reato. Trent’anni che rischiamo oggi di ripercorrere all’indietro in un solo momento.

Mai nessun paese al mondo ha fatto passi indietro sulla criminalizzazione della tortura dopo averla introdotta. Ma non sorprende che possa essere proprio questo governo a guadagnarsi l’inedita medaglia. Poco più di un anno fa, alla vigilia della vittoria elettorale, Giorgia Meloni indirizzava una lettera a un Sindacato di Polizia nella quale si lamentava che “troppe volte si è avuta l’impressione di trattamenti addirittura penalizzanti, delegittimanti e criminogeni nei confronti degli operatori di Polizia” e dunque si sosteneva l’importanza di “abolire il reato di tortura come reato proprio delle forze dell’ordine” nonché di “far sparire una volta per tutte dall’agenda politica temi come l’introduzione dei numeri alfanumerici identificativi per gli operatori”. Ma cosa c’entra la possibilità di identificare gli operatori di polizia con la loro penalizzazione o delegittimazione? Il poter riconoscere un eventuale poliziotto violento significa sottoporlo a un trattamento criminogeno? Mi pare una davvero strana idea di giustizia.

Per non parlare ovviamente dell’alleato di governo Matteo Salvini, di cui ricordiamo tutti la visita al carcere di San Gimignano per portare la propria solidarietà aprioristica agli agenti torturatori. Gli eventi, per i quali la condanna è passata in giudicato lo scorso marzo, riguardavano un brutale pestaggio avvenuto nell’ottobre 2018 ai danni di un ragazzo condannato per fatti legati alla droga mentre pacificamente stava recandosi a fare la doccia. Nessuna necessità di difendersi, prevenire una fuga o altro. Ma per Salvini un ragazzo in carcere aprioristicamente non merita di avere giustizia di fronte a dei poliziotti, qualunque cosa sia accaduto. Nei tentativi di delegittimare il reato non c’è al fondo altro che questo: una visione illiberale dell’organizzazione statale, per cui chi difende un ben poco chiaro concetto di sicurezza può non essere soggetto allo stato di diritto.

In questi anni il resto di tortura ha condotto le iniziali imputazioni a scenari variopinti. In ambito penitenziario ci sono state alcune condanne (per quanto accaduto appunto a San Gimignano, ma anche a Ferrara), alcune assoluzioni (per quanto accaduto a Torino, nel giudizio abbreviato), alcune riqualificazioni del reato in fattispecie differenti (come per quanto accaduto a Monza). È assurdo anche solo pensare che vi sia una qualche volontà automatica da parte della magistratura di punire le forze dell’ordine.

Vi è casomai la volontà opposta da parte del governo. La modifica del reato nella direzione anticipata farebbe ad esempio con ogni probabilità crollare l’intero processo per l’efferato pestaggio di massa avvenuto nel 2020 nel carcere campano di Santa Maria Capua Vetere. Abbiamo visto tutti il video di quel giorno drammatico. In rete resteranno le immagini di quanto accadde, nelle aule di tribunale non resterà più niente.