Scuola

“Gli investimenti del Pnrr per gli Istituti tecnologici superiori? Così rischiano di essere inefficaci e difficilmente sostenibili”

Lo stanziamento di 1,5 miliardi del Pnrr sugli Its (Istituti tecnici superiori) rischia di fare un buco nell’acqua. “Al termine di questo piano straordinario di investimenti il volume di risorse ordinarie messe a disposizione degli Its rischia di ritornare a livelli pre-pandemia, assestandosi nuovamente intorno a 50 milioni di euro rendendo difficilmente sostenibili gli investimenti effettuati negli anni precedenti”. A suonare il campanello d’allarme è la fondazione “Giovanni Agnelli” che oggi, presso la sala “Napoleonica” dell’Università degli Studi di Milano Statale, ha presentato un rapporto che analizza le attuali criticità e le prospettive degli Its Academy, attraverso un confronto con Francia, Germania, Spagna e Svizzera.

Una disamina sulla riforma degli Its che sta mettendo in atto il governo di Destra. Draghi aveva, infatti, stanziato ben 1,5 miliardi di euro nell’ambito del Pnrr avendo come fine il raddoppio degli studenti degli Its entro il 2026 e aveva inserito la creazione degli Its Academy fra le sei riforme di sistema concordate con l’Unione Europea, traducendola in legge nel luglio 2022; il governo Meloni sta realizzando i decreti attuativi delle Academy e ha approvato, in via sperimentale, la possibilità di accedervi dopo quattro anni di istruzione secondaria professionale, sia statale sia regionale.

Un lavoro quello messo in atto dal Mim che riscontra le criticità della fondazione “Agnelli”. La prima: la disponibilità concentrata nel tempo di tante risorse espone ad alcuni rischi e non pare in grado di risolvere le cause dell’attuale gracilità. “Il problema – cita la ricerca – consiste nell’assenza di una struttura gestionale, organizzativa e infrastrutturale, che potrebbe rendere inefficace un investimento concentrato in tempi così brevi”. La seconda: l’urgenza principale risulta la dotazione di un nucleo di personale docente e amministrativo permanente, la costruzione di nuove sedi (o il loro ampliamento) e la creazione di soluzioni (a partire da meccanismi di accreditamento di più ampio respiro) in grado di assicurare continuità e stabilità alle attività didattiche degli Its e valorizzare i circa 480 milioni di euro del Pnrr destinati al potenziamento dei laboratori.

Valutazioni che si sommano ad alcuni dati significativi: per coloro che raggiungono un titolo di studio professionale di Stato o regionale le prospettive di successo nella continuazione dello studio a livello terziario sono minime, inferiori al 10% dei diplomati. Non solo: mentre in paesi come Germania e Svizzera i corsi professionalizzanti riguardano il 40% degli studenti provenienti dalle secondarie, in Italia il contributo eccede di poco l’1%. La fotografia che ne esce è in bianco e nero. A dichiararlo, in primis, è il direttore Andrea Gavosto: “L’istruzione professionale è una delle aree critiche del sistema scolastico. In primo luogo, per come è organizzata la scuola italiana, è l’indirizzo spesso frequentato dagli studenti più deboli e disorientati, indipendentemente dalla loro maggiore o minore predisposizione per gli studi “pratici”: concentrando tutti gli allievi più fragili nelle stesse scuole, la demotivazione nei confronti della scuola finisce inevitabilmente con l’ampliarsi, determinando un abbandono elevato e apprendimenti inferiori agli altri indirizzi”.

Parole che si sposano con i numeri forniti dalla ricerca: il sistema Its registra mediamente un tasso di abbandono del 21%. Ma c’è anche un aspetto positivo: oltre l’80% dei diplomati Its trova lavoro entro dodici mesi dalla conclusione del percorso formativo. Di questo 80%, quasi il 30% è assunto mediante un contratto a tempo indeterminato (o lavoro autonomo in regime ordinario); oltre il 46% è impiegato a tempo determinato mentre il restante quarto (24,3%) risulta inserito in impresa attraverso l’apprendistato. Inoltre, poco più del 90% degli occupati è assunto in un settore coerente con quello relativo alla propria formazione.

Numerose le osservazioni di Matteo Turri dell’Università degli Studi di Milano che alla guida di un gruppo di ricercatori italiani ed europei, ha esaminato queste scuole istituite dal Governo Prodi nel 2007, ma di fatto avviate nel 2010 sotto Berlusconi. Si tratta di enti che forniscono corsi biennali (ora anche triennali) prevalentemente a diplomati tecnici e professionali. I corsi hanno un taglio esperienziale con la presenza di numerosi docenti provenienti direttamente dalle imprese e con l’utilizzo di macchinari e strumenti di ultima generazione.

Un modello che in Italia non ha mai preso piede come nel resto dell’Europa. Dalla ricerca emergono due risultati rilevanti. In primo luogo, gli attuali Its hanno sempre cercato di stringere legami forti con il sistema produttivo circostante, molto meno con il sistema universitario e con quello scolastico a differenza di Francia e Spagna, dove rispettivamente le Sections de Techniciens Supérieurs (Sts) e i corsi di Ciclos Formativos de Grado Superior sono direttamente incardinati negli istituti tecnici e professionali. “Gli Its – ha spiegato Turri – sono delle monadi, senza legami organici con il resto del sistema di istruzione: questo comporta che pochi studenti degli ultimi anni siano a conoscenza degli Its come possibili alternative agli studi universitari e che, inevitabilmente, il loro sviluppo rischia di procedere a passo lento”.