Ambiente & Veleni

La falesia di Punta Giglio va messa in sicurezza: questione di tutela pubblica e ambientale

di Mariano Mariani, direttore dell’Azienda speciale Parco di Porto Conte

Ancora una volta Punta Giglio viene portata agli onori della cronaca nazionale, con notizie distorte e fuorvianti. Come già successo per un passato articolo del noto geologo e conduttore televisivo Mario Tozzi che, dopo aver approfondito e visitato il sito oggetto della sua critica, dovette ritrattare, ora è la volta del titolato prof. Ferdinando Boero, zoologo ed ecologo marino di fama internazionale, che sul blog de ilfattoquotidiano.it ironizza e critica fortemente l’intervento di messa in sicurezza della falesia di Punta Giglio promosso dall’Area marina protetta Capo Caccia – Isola Piana.

Posto che ci si dovrebbe attendere massimo rigore ed oggettività da un uomo di scienza come il prof. Boero, mi permetto di chiedergli: si è preoccupato di approfondire le carte progettuali e le conseguenti finalità, termini, modalità, autorizzazioni del progetto in argomento? O come un semplice qualunquista si è espresso solo per “sentito dire” cose a lui riferite, dai soliti protagonisti locali molto interessati strumentalmente a conquistare spazi di visibilità (nell’imminenza delle prossime elezioni regionali e comunali in Sardegna) e approfitta, ex cathedra, dei suoi titoli per sparare sentenze di condanna su chi opera con scienza e coscienza, nel pieno rispetto delle leggi del nostro Paese?

Se il prof. Boero avesse approfondito, o avesse ancora desiderio di farlo, come fece Mario Tozzi, a cui va riconosciuta piena onestà intellettuale, siamo certi che i suoi ragionamenti sarebbero diversi e molto più sensati. L’errore più macroscopico che commette, a parte le ingiurie gratuite di ‘malati di mente’ che rivolge ai vertici del Parco, è quello di ritenere che, pur essendo “…favorevolissimo ai campi boe e anche al turismo nautico”, nella sua personale concezione di aree protette non sia contemplata alcuna attività antropica, tanto che testualmente afferma: “Basterebbe mettere una serie di piccole boe per indicare il tratto soggetto a frana, in modo da avvertire che lì non si deve andare, a causa della naturale caduta di massi… una misura che, indirettamente, contribuisce alla conservazione efficace, visto che nella zona per noi pericolosa non si possono mettere in atto attività antropiche di ogni tipo e, quindi, l’ambiente viene lasciato in pace”.

Non solo il prof. Boero ignora il fatto che le attività ricadono in zona B della AMP, dove le attività antropiche (pesca, turismo nautico, diving e immersioni in grotte sommerse…) possono essere ammesse e autorizzate dall’ente gestore, ma non conoscendo i luoghi ignora soprattutto che quel tratto di mare, nonostante le necessarie boe di segnalazione dell’AMP e l’esistenza di una ordinanza interdittiva della locale Capitaneria di Porto, continua ad essere molto frequentato dall’uomo (spesso senza alcuna autorizzazione) con i conseguenti ipotizzabili rischi (più utile alla causa sarebbe stata una riflessione sul fatto che, per carenza di risorse, spesso le forze dell’ordine non riescono ad assicurare i necessari controlli nelle aree protette).

Se conoscesse il prof. Boero le questioni sarde, inoltre, saprebbe che proprio nello scorso mese di agosto, in piena stagione balneare, una ragazza di 28 anni è morta in un tratto di mare della costa di Baunei, pur interdetto alla balneazione per una ordinanza della Capitaneria di Porto, per l’improvviso crollo di un albero dal costone che sovrasta la spiaggia che l’ha travolta senza lasciarle scampo. O cosa dire dei recenti crolli avvenuti nelle cinque terre a Camogli e Corniglia sotto gli occhi increduli di turisti e bagnanti, fortunatamente senza vittime, ma con dirigenti ed amministratori indagati per la mancata messa in sicurezza del costone?

Piaccia o non piaccia all’esimio prof. Boero, il realismo gestionale che caratterizza l’attività dell’AMP ha portato a ritenere che piuttosto che combattere battaglie perse per fare rispettare divieti, fosse molto più serio e responsabile, con tutti i possibili accorgimenti di massima riduzione degli effetti ambientali, mettere in sicurezza la falesia che sovrasta quel tratto di mare, come si fa per una comune infrastrutturale stradale, consentire la rimozione della interdizione esistente e disciplinare in modo attento e sostenibile le attività umane che in quel tratto di mare possono essere autorizzate.

Un intervento impegnativo per il quale ci sono voluti anni di faticoso lavoro per fare tutto a regola d’arte e nel rispetto della nostra complessa normativa, ottenendo tutte le necessarie autorizzazioni da oltre dieci enti pubblici coinvolti a vario titolo in conferenza di servizi. Sono tutti da interdire questi enti pubblici della Sardegna che hanno autorizzato l’AMP a fare l’intervento?

Caro prof. Boero, il problema della sicurezza pubblica e della tutela ambientale in quel tratto di mare a forte presenza antropica esiste ed è concreto; ed è per questo che si è deciso di fare quelle opere sulla falesia e, nel contempo, di mettere delle boe per le attività umane autorizzabili perché sostenibili. Purtroppo, come in questo caso, non stiamo solo cercando di mitigare un fenomeno naturale, ma combattiamo quotidianamente l’irresponsabilità umana aggravata dalla ottusità di chi gli dà voce; purtroppo questa è ubiquitaria e non la si trova solo a Punta Giglio e, inoltre, non conosce titoli di studio.

Riceviamo e pubblichiamo la risposta del prof. Ferdinando Boero:

E’ normale che le falesie crollino. Non è normale che un parco non sia messo in condizione di esercitare la sorveglianza e che i turisti vadano dove non dovrebbero andare, lasciandoci la pelle. Ho parlato di Other Effective Conservation Measures nel caso quel tratto venisse interdetto alla frequentazione non perché zona A (visto che è zona B) ma perché pericoloso. Un ragionamento forse troppo arduo.

Quanto ai titoli di studio, purtroppo, per svolgere certe mansioni sono richieste specifiche competenze certificate da titoli di studio, mentre per altre mansioni non sono richieste. Il Direttore Mariani è laureato in Economia e Commercio. Non stupisce che non trovi altre soluzioni al problema. I titoli di studio sono importanti, credo: io non avrei il coraggio di fare il consulente di management di aziende. Le AMP hanno bisogno di persone competenti in amministrazione, ma ci vuole anche altro. Non trovo menzione, nella sua replica, delle zone protette dalla Rete Natura 2000.

Tornando alle Dolomiti, molti turisti ci lasciano la pelle per frane, valanghe etc. Ma nessuno si sogna di imbrigliare le montagne per questo. Magari ci vorrebbe un servizio di vigilanza più efficiente, e un cambio di zonizzazione. Nei siti web del parco (ma forse non so cercare), trovo un Consiglio Direttivo composto da geometri e ingegneri, ma non trovo un Consiglio Scientifico. C’è un servizio ambientale con un biologo ambientale, ma non trovo un panel di esperti indipendenti che non siano
sotto la direzione del Parco stesso. La replica del direttore Mariani è incompleta e insoddisfacente, e conferma la mia opinione su come viene gestita questa situazione critica. Sarei stato molto contento di essere smentito e avrei porto le mie scuse. Ma non è questo il caso.