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Gli Usa son davvero malmessi se la scelta sarà tra un guerrafondaio e un bancarottiere

Un presidente vecchio, con evidenti segni di Alzheimer e guerrafondaio, che vuole ancora la Casa Bianca nel ’24. L’altro candidato – un bancarottiere sociopatico finto miliardario – che forse farà campagna elettorale dalla galera. Ineluttabile, pauroso e accelerato declino della superpotenza.

Questo è un mio tweet, d’accordo. E come molti post sui social, pecca di superficialità. Ma la questione della crisi politica americana, valutata in termini razionali, è davvero maledettamente complessa e di enorme gravità, con risvolti com’è ovvio globali, mentre è in corso una guerra nel cuore dell’Europa tra la Russia e le forze militari dell’alleanza militare più potente della storia, la Nato guidata da Washington.

Il presidente Biden ha già dichiarato che si candiderà per un secondo mandato, ma non è affatto certo che lo farà davvero. A 80 anni è l’inquilino della Casa Bianca più anziano della storia Usa, mentre l’Election Day del novembre 2024 si avvicina inesorabile. La sua infermità, il declino psicofisico e i numeri ai minimi assoluti nei sondaggi confermano le preoccupazioni degli americani e sollevano seri dubbi.

Sull’altro fronte, l’ex anchor di Fox News Tucker Carlson, licenziato perché eccessivamente filotrumpiano, ha suggerito ieri in un’intervista che Donald Trump “potrebbe essere assassinato”, visto che due impeachment, quattro incriminazioni di fronte alle corti di Giustizia Usa (l’alto tradimento per aver interferito nel procedimento elettorale del 2020 è l’accusa più grave, prevede l’ergastolo) non hanno minimamente intaccato la popolarità del tycoon populista, anzi l’hanno aumentata tra i suoi fan, fino a portarlo in testa a tutte le più recenti indagini d’opinione. “Stiamo correndo verso l’assassinio, ovviamente, ma nessuno lo dice…” ha detto Carlson.

Scenari da guerra civile, insomma.

Dando per scontato che nel campo repubblicano neanche uno dei nove in lizza batterà Trump alle primarie e poi alla convention della prossima estate, quando un GOP sempre più estremista sceglierà il candidato presidente, la domanda cruciale rimane: il vecchio e malandato Joe Biden (attenzione: non per l’età, ci sono schiere di novantenni arzilli e lucidi) correrà davvero? E non parliamo qui del fatto che i repubblicani vogliono chiedere anche il suo, di impeachment, per i loschi affari da decine di milioni di dollari e i seri guai legali (scambio di influenze) in cui è coinvolto il figlio Hunter Biden.

Un possibile ritiro dell’attuale presidente, evento di cui a Washington si parla apertamente, favorisce alcuni candidati democratici rispetto ad altri. Favorisce coloro che hanno un nome riconoscibile, campagne elettorali già organizzate e la capacità di finanziare costosi sforzi di marketing politico a livello nazionale, sia per le donazioni dal basso, i contributi delle grandi aziende e grazie alle proprie ricche tasche. Il governatore della California Gavin Newsom, giovane e molto liberal, ha già avviato un comitato elettorale esplorativo e può raccogliere molti soldi, soprattutto dai grandi donors del suo stato d’origine. Il governatore dell’Illinois J.B. Pritzker è un miliardario che può finanziare la propria candidatura e ha già messo in piedi una squadra nazionale. La governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, al contrario, è parecchio indietro e avrebbe bisogno di raccogliere fondi rapidamente per essere una candidata credibile, il che vale anche per gli altri dem che potrebbero in teoria entrare in campagna elettorale.

Un candidato già in pista, Robert F. Kennedy Jr., terzogenito di Robert Kennedy e quindi nipote di JFK, il presidente degli Stati Uniti assassinato nel 1963, sta avendo buoni risultati nei sondaggi sfruttando il nome di famiglia piuttosto che le sue idee, alimentate in parte dalle teorie della cospirazione e per assurdo vicine ai repubblicani di destra.

La seconda conseguenza del ritiro di Biden sarebbe una lotta per il futuro di Kamala Harris. È la vicepresidente meno popolare nella storia americana, e per una buona ragione. Gli elettori – anche democratici – pensano che sia incompetente, poco sincera e inefficace, nessuna valenza politica apprezzabile. Senza contare che se accadesse qualcosa a Biden lei diverrebbe automaticamente Commander in Chief. Donna, nera, indiana: l’incarnazione vivente del “nemico”, nell’immaginario collettivo di milioni di trumpiani animati da sentimenti di rivalsa razzista e suprematista dai tempi del doppio mandato presidenziale di Barack Obama.

Sfortunatamente per i democratici, la presenza di Kamala come seconda in linea nella scala di comando pone un problema spinoso, indipendentemente dal fatto che Biden si candidi o meno. Se Joe corresse, lei rappresenterebbe comunque un fattore negativo grave, perché gli indipendenti (secondo Gallup il 49 per cento degli elettori, esattamente come la somma di repubblicani e democratici insieme) sono preoccupati che Biden possa non riuscire a completare il secondo mandato (alla fine, avrebbe 86 anni). Gli americani non vogliono vedere la Harris entrare nello Studio Ovale per impostazione predefinita.

La domanda iniziale quindi, per ora, non può avere una risposta: Joe Biden si ritirerà? In ogni caso, la sua decisione provocherà un’onda d’urto formidabile nel panorama politico americano e nella geopolitica globale. Certo, resta il fatto che per chi giudica dall’esterno e senza parteggiare, l’America è davvero parecchio malmessa. Ma anche qui da noi, quanti giudicano senza parteggiare?