Società

Il generale Vannacci censurato immaginario: sono altri gli intellettuali boicottati

La destra sta cercando un suo perseguitato, qualcuno da innalzare all’altare della libertà di parola per dire: lo hanno censurato. In questo caso il general Vannacci – censurato immaginario – sembra fare al caso loro e non a caso i principali quotidiani lo elogiano, gridando alla difesa della libertà di pensiero contro un boicottaggio. Peccato che il libro dello scandalo in questione sia schizzato in vetta alle classifiche, almeno su Amazon. E possiamo scommettere che presto troverà un vero editore, pronto a stampare e diffondere la Bibbia contro il pensiero unico.

Fino a quel momento, bisogna continuare a dipingere quella in atto come una operazione insana, fatta di comunisti nascosti nel bidone dell’immondizia, pronti a fare del generale l’agnello sacrificale. “Non può parlare e dire quello che in moltissimi, forse la maggior parte pensano” ripetono in sua difesa omofobi, anti immigrati, nazionalisti e perfino qualche aspirante Duce dell’ultima ora.

Ma la verità è che la censura è una bella parola che aleggia nell’aria e che viene abusata in nome di ritorni politici. E se qui paragonassimo le censure imposte a Vannacci e a Saviano: chi riterremmo la vera vittima di una ingiustizia che non trova fine? Gli hanno cancellato un programma, per una motivazione prettamente politica; vive sotto scorta da un decennio; incapaci di censurarlo al meglio, l’unica opzione per farlo star zitto, se non è sparargli – come avrebbero voluto fare i Casalesi – è di storpiare ogni sua parola, anche quelle più drammatiche come un comizio funebre diventato, grazie agli scribacchini al soldo di qualche politico, un comizio elettorale.

Saviano, intellettuale non organico, corsare nelle sue idee e per questo pericoloso, è l’intellettuale che stiamo censurando in Italia. Lo vorrebbero finito e sepolto. Se ne sono accorti in Europa e oltremanica, ma non noi. Perché solitamente chi abbiamo censurato da vivo (realmente e non con l’immaginazione) lo abbiamo poi celebrato dopo, da morto.