Calcio

Dalle frizioni con Gravina ai problemi con lo staff, fino all’ipotesi Arabia: l’addio di Mancini alla Nazionale arriva nel momento peggiore

Completamente inattese, eppure per certi versi nell’aria, a detta di chi lo conosceva. Rapidissime ma anche fuori tempo massimo. Inspiegabili o forse perfettamente logiche, lo dirà il tempo. Le dimissioni di Roberto Mancini sono un fulmine a ciel sereno arrivato con un anno e mezzo di ritardo. Il ct del trionfo di Euro 2021 ma anche della mancata qualificazione a Qatar 2022 abbandona oggi una nazionale che avrebbe già dovuto lasciare dopo quella maledetta partita contro la Macedonia e che probabilmente non era più sua da tempo.

Tutti si chiedono cosa ci sia dietro l’addio, che l’ormai ex ct ha lapidariamente archiviato su Instagram come una “scelta personale” senza darla a bere a nessuno. Nemmeno dieci giorni fa la Figc aveva ufficializzato il nuovo assetto del Club Italia, consegnando al Mancio la guida di tutte le nazionali giovanili. E ora la fuga, di notte in piena estate, comunicata via Pec. Qualcosa dev’essere successo. Che l’idillio dei primi anni fosse svanito era evidente, lo stesso Mancini nelle ultime uscite non si sforzava più nemmeno di far finta di mostrare un po’ di entusiasmo. Non era più così ferrea nemmeno la sintonia col presidente federale Gravina che li aveva tenuti a galla insieme dopo la figuraccia mondiale. Nelle ultime settimane c’erano stati attriti nella scelta dello staff, sfociati nell’allontanamento di Alberigo Evani, che Mancini non aveva voluto ma in realtà subito. Si è parlato di un possibile ingresso di Bonucci nel team azzurro (smentito dal diretto interessato), poi è arrivato Gianluigi Buffon come nuovo capo delegazione (il ruolo che fu del suo grande amico Vialli) e qualcuno ha subito individuato nell’ex portiere l’oggetto della discordia. Mancini aveva accettato queste nomine dall’alto ma era irrequieto, si dice. Troppo poco per giustificare una separazione così traumatica. Probabilmente lo dirà il tempo quale sia la verità, ma in questi casi si dice “follow the money”: i rumours di mercato raccontano di un’offerta faraonica dall’Arabia per guidare la nazionale saudita. Basterà aspettare poche settimane, forse giorni, per capire cosa c’è di vero e quanto è personale questa scelta.

Sta di fatto che Mancini ha preso la scelta giusta nel momento più sbagliato possibile. Il suo ciclo era finito a marzo 2022 nella notte di Palermo: tutto ciò che è venuto dopo, nonostante gli sforzi della Federazione di rilanciare il progetto, è stata una coda decadente e per certi versi grottesca, con la convocazione degli oriundi e altre scelte discutibili. Sarebbe assurdo incolpare il ct dello stato comatoso del nostro movimento, ma lui ci ha messo del suo: era impossibile rialzarsi da una sconfitta così dolorosa, come in fondo era anche prevedibile. L’Italia di Mancini non aveva più un futuro, inutile per tutti perdere altro tempo.

Il problema è la tempistica: a Ferragosto, in piena estate, a meno di un mese dalle sfide decisive contro ancora la Macedonia e l’Ucraina (9 e 12 settembre) per andare a Euro 2024, un appuntamento che non possiamo proprio permetterci di mancare. Un’autentica pugnalata alle spalle del presidente Gravina che aveva creduto in lui al punto di consegnargli le chiavi della Federazione e, in fondo, di tutta l’Italia calcistica. La fine peggiore del ciclo azzurro più controverso e enigmatico di sempre. Mancini è stato il ct della striscia di 37 risultati utili consecutivi, del Rinascimento azzurro che ci aveva davvero illuso di essere tornati grandi, del trionfo indimenticabile di Wembley. Ma anche il ct della disfatta mondiale, scappato nella notte di Ferragosto con un disprezzo e un disinteresse per la maglia azzurra che mai nessuno nella storia aveva mostrato. Ognuno può scegliere come ricordarlo.

Twitter: @lVendemiale