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Giochi del Mediterraneo di Taranto, altro che opportunità: organizzazione allo sbando, fratture politiche e ritardi mostruosi. E Malagò si sfila

Comitato organizzatore allo sbando, fratture politiche insanabili, fondi fuori controllo e ritardi mostruosi, a meno di tre anni dall’evento. No, non sono le Olimpiadi invernali 2026, ma i Giochi del Mediterraneo di Taranto: ad oltre mille chilometri di distanza dai problemi ormai quasi tragicomici di Milano-Cortina, lontano dalle luci dei riflettori dei cinque cerchi, si consuma un altro piccolo, grande disastro organizzativo tutto italiano. Il copione è praticamente lo stesso, solo in proporzioni minori: eco mediatica ridotta, contributi inferiori (mica tanto: parliamo pur sempre di 150 milioni di euro di fondi pubblici per una manifestazione di interesse quasi nullo) ma identici guai. Nell’estate del 2019 il capoluogo pugliese si aggiudicò la ventesima edizione di un evento nato negli Anni Cinquanta sulla falsa riga delle Olimpiadi per rinsaldare la cooperazione all’interno di un’area geopolitica tanto cruciale quanto eterogenea, e purtroppo mai decollato. Una candidatura promossa soprattutto dal Movimento 5 stelle, che voleva valorizzare Taranto, ma stroncata da un grande conoscitore della politica sportiva italiana e mondiale, evidentemente non abbastanza ascoltato: “Questi Giochi sono una sciagura per l’Italia!”. Già, perché un po’ come le Universiadi, per dimensioni (25 Paesi in gara, altrettante discipline, oltre 3mila atleti) rappresentano circa un terzo delle Olimpiadi ma non ne hanno un centesimo del valore. L’organizzazione finisce per essere tutta oneri e niente onori. Praticamente una rogna. Se ne stanno accorgendo in Puglia.

Nella serata di lunedì 31 luglio, il Coni è ufficialmente uscito dal Comitato organizzatore della manifestazione, una specie di assemblea di condominio particolarmente rissosa dove politica e sport non sono mai andati d’accordo. Per spiegare il gesto estremo di Malagò bisogna riavvolgere il nastro a quanto successo negli ultimi mesi: cioè praticamente nulla. L’organizzazione dell’evento è completamente paralizzata: a Taranto c’è un commissario che non si parla col sindaco. Una lotta senza quartiere tra istituzioni locali (leggi Comune e Regione) e centrali (il governo) che tiene in ostaggio fondi e progetti, accumulando il solito ritardo mostruoso che mette a rischio l’evento.

I protagonisti si chiamano Rinaldo Melucci, primo cittadino di Taranto e presidente del Comitato, e Massimo Ferrarese, imprenditore, ex n.1 di Confindustria Brindisi, ricordato tra le altre cose anche per aver inciso un disco con Al Bano oltre che per la sua epopea a capo del Brindisi basket, nominato a giugno commissario dal governo. Sullo sfondo, il duello tra il ministro Raffaele Fitto, che lo ha scelto, e il governatore Emiliano, da sempre rivali in Puglia. E poi il ruolo di Elio Sannicandro, dirigente sportivo, ex assessore e Coni Puglia, uomo chiave per le istituzioni locali, il cui iper attivismo non è per nulla gradito al governo.

Dopo quattro anni di inerzia, il commissariamento è stato inevitabile, ma se possibile ha acuito la tensione. Il sindaco chiede i finanziamenti, 150 milioni di euro deliberati a marzo 2022 dal governo e non ancora erogati. Prima, Ferrarese pretende che gli vengano consegnati immediatamente i progetti definitivi delle opere: a Roma qualcuno comincia a sospettare che semplicemente non esistano. I problemi maggiori riguardano proprio le infrastrutture cruciali: il centro nautico nel Mar Piccolo, il palazzetto del nuoto (che sarà, o almeno dovrebbe essere – meglio usare il condizionale – la piscina olimpionica più importante del Meridione) per cui è stata aggiudicata solo la progettazione, e soprattutto lo stadio Iacovone. Il dossier originale prevedeva di abbatterlo e ricostruirlo da zero con un project financing privato, ma a ormai soli tre anni dalla cerimonia inaugurale l’impresa è ormai irrealizzabile: per questo il commissario è intenzionato a puntare su un restyling del vecchio impianto. Presto Ferrarese convocherà una conferenza stampa per mettere le carte in tavola e procedere con il nuovo piano da lui stilato, su cui ha il pieno sostegno del governo. Le istituzioni locali dovranno adeguarsi o prendersi la responsabilità delle conseguenze. Qualcuno ormai in città non esclude più nemmeno di rinunciare all’evento: si è fatto anche il nome di Napoli come alternativa, anche se ad oggi un vero piano B non c’è; la scelta di una eventuale nuova sede comunque non dipenderebbe dall’Italia ma dal Comitato internazionale (il cui presidente, Davide Tizzano, è napoletano…). Un’ipotesi da scongiurare ad ogni costo. Così si spiega l’addio di Malagò: un po’ un atto di convenienza, per prendere le distanze dal disastro prima che sia troppo tardi (da grande uomo di sport è un autentico campione nel salto dalla nave che affonda), un po’ l’ultimo tentativo di salvare il salvabile. Sfilare il Coni dal Comitato per azzerarlo e ripartire di slancio su nuove basi. Lo stesso che, secondo qualcuno, dovrebbe fare anche a Milano-Cortina. Ma quella è un’altra storia.

Twitter: @lVendemiale