Diritti

Qualcosa non va nei Centri per uomini autori di violenza: già 4 donne assassinate dopo i percorsi

La superficialità con la quale nel nostro Paese si affronta il tema della violenza maschile contro le donne è disarmante e ostacola qualunque procedura, protocollo, intervento a tutela delle vittime.

Il 20 luglio scorso, Maurizio Impellizzeri ha assassinato Mariella Marino. Le ha sparato in strada. Aveva ottenuto la sospensione della pena dopo aver accettato di intraprendere un percorso in un Cuav – Centro per uomini autori di violenza. Il 9 novembre del 2021, a Reggio Emilia, Mirko Genco uccise Juana Cecilia Hazana Loazya: era stato in percorso in un Cuav. L’8 giugno 2022, a Vicenza, Zlatan Vasiljevic, dopo aver fatto un percorso in un Cuav, uccise Lidia Miljkovic e Gabriella Serrano. Finì suicida sulla Valdastico dopo aver lanciato due granate che per fortuna non fecero altre vittime.

Sono almeno quattro, fino ad oggi, le donne assassinate da uomini che avevano intrapreso un percorso in un Cuav o che stavano per intraprenderlo (il caso di Enna). E’ evidente che la frequentazione di un Centro per uomini autori di violenza non previene automaticamente un innalzamento del livello di pericolosità degli autori di stalking o maltrattamenti e tantomeno può tutelare, automaticamente, la vita delle donne. Eppure i Cuav sono diventati la panacea di tutti i mali. La realtà è molto meno idilliaca.

Una delle criticità riguarda le metodologie di intervento e gli approcci al problema della violenza che sono diverse tra i Cuav fino al punto che, alcuni lungi dall’essere luoghi di assunzione di responsabilità per le violenze commesse, sono diventati luoghi di sostegno per autori di violenza. Ci sono Cuav che rilasciano relazioni positive sulle capacità genitoriali di uomini maltrattanti e altri che si prodigano affinché gli uomini in percorso possano vedere i figli anche se le ex sono in protezione in una Casa Rifugio.

E’ venuto il momento di rivedere questi percorsi. Ci sono donne che raccontano di continuare a subire vessazioni dagli ex , soprattutto di tipo psicologico e manipolativo, anche dopo la conclusione del percorso. Le prevaricazioni in alcuni casi (e sarebbe il caso di raccogliere dati e fare monitoraggi post percorso, a lungo termine) sono attuate col patentino della redenzione, soprattutto quando ci sono cause in corso per l’affidamento dei figli. Vediamo ancora che cosa non funziona.

I requisiti dei Cuav sono stati definiti, nel settembre del 2022, nel documento dell’Intesa Stato Regioni, anche se le associazi0ni dove gli autori di violenza possono fare percorsi finalizzati a interrompere comportamenti violenti esistono da almeno una quindicina di anni (sono nati come Cam – Centro Ascolto Uomini Maltrattanti). Oggi ve ne sono di pubblici e privati. Un’inchiesta approfondita sui limiti dell’Intesa è stata realizzata da Maddalena Robustelli, nell’articolo Dubbi sulla normativa prevista per i centri riabilitativi degli uomini maltrattanti pubblicato nel settembre del 2022 su Noi Donne.

L’associazione D.i.Re mette in evidenza da anni i limiti e le criticità dei Cam-Cuav, ma le critiche sono rimaste inascoltate dalle istituzioni. Il 21 luglio la rete nazionale dei Centri antiviolenza ha stigmatizzato quanto avvenuto a Enna col femminicidio di Mariella Marino, una morte che avrebbe potuto essere evitata qualora si fossero seguite le indicazioni della Convenzione di Istanbul e le raccomandazioni del Grevio. Anche la Cooperativa sociale Be Free, il 22 luglio, ha denunciato sulla sua pagina Facebook i rischi della sopravvalutazione dei percorsi nei Cuav.

Nei giorni dell’approvazione dell’Intesa D.i.Re espresse, e a ragione, forte preoccupazione. Definendo quei requisiti sono state legittimate “realtà che nel territorio nazionale operano ancora in maniera limitata e sul cui lavoro non esistono ancora ricerche e dati strutturali relativi alla loro efficacia. Una delle maggiori criticità riguarda il contatto diretto dei Cuav con le donne vittime di violenza, nel tentativo che finisce di fatto per mettere in atto quella mediazione vietata dalla Convenzione di Istanbul”.

L’altro grande problema è aver reso strumentali questi percorsi. Un errore gravissimo al quale andrebbe posto rimedio al più presto. La legge sul Codice Rosso prescrive che: “Nei casi di condanna per i delitti di cui agli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis nonché agli articoli 582 e 583-quinquies nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, la sospensione condizionale della pena è comunque subordinata alla partecipazione a specifici percorsi di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati”.

Rachele Nanni, una psicoterapeuta che ha operato in un Cuav pubblico, ha commentato su Facebook la notizia della morte di Mariella Marino con questa riflessione (ne riporto una parte): “Credo che i trattamenti rivolti agli autori siano in sé una buona occasione di revisione personale e cambiamento, a meno che non crediamo di poter chiuderli tutti in carcere e buttare le chiavi. Cosa che comunque peraltro non avverrebbe. Anche quando il reato comporti il carcere, e non sempre è così, la pena finirà rilasciando in società un uomo spesso peggiore di come vi è entrato. Quindi ben venga questo strumento di cambiamento. Il problema concerne l’utilizzo giuridico che si fa di questo strumento e il come condizionare i benefici di pena al trattamento non concluso, ma fin dal principio, sulla fiducia di una intenzione. In realtà questo approccio invalida il percorso rendendolo tendenzialmente opportunistico; altro problema è non prevedere tempi e modi precisi di monitoraggio del trattamento, che spesso viene interrotto senza che gli organi competenti rivedano le misure giudiziali. Difficile immaginare che il singolo professionista che ha in trattamento l’uomo possa, a sua discrezione, valutare e segnalare il rischio, spesso assai incerto e imprevedibile, in assenza di procedure definite e con il rischio reale di trovarsi a sua volta querelato. Non sarebbe meglio offrire il trattamento e la possibile riduzione di pena solo a seguito di trattamento concluso oppure dopo aver parzialmente scontato la pena? Anche in funzione del valore simbolico e riparativo che la pena acquisisce? Si dovrebbe distinguere la funzione di trattamento (affidata a un terapeuta) da quella di monitoraggio periodico del rischio (affidata ad altra figura previo monitoraggio di indicatori tratti non solo da questionari, ma su elementi obiettivi e sul rischio percepito dalla partner). Infine si dovrebbe prevedere l’aggiornamento periodico delle decisioni giudiziali in seguito al dovuto monitoraggio degli indicatori, a carico delle autorità competenti”.

Mi sento di condividere parzialmente queste riflessioni. E’ molto insidioso affrontare il problema della violenza maschile solo con percorsi che prevedano trattamenti psicologici, patologizzando un fenomeno socio-culturale che è stato a lungo legittimato per legge ed è divenuto un crimine, nel mondo occidentale, solo di recente. Il sessismo è estremamente diffuso e la violenza e le discriminazioni contro le donne vanno ben oltre le relazioni di intimità. La misoginia e la violenza che la traduce in atto, in qualunque sua forma, viene insegnata e appresa. Limitarne le cause a problematiche psicologiche individuali, a storie famigliari, vuol dire ridurre lo spettro delle cause e offrire al singolo la possibilità di de-responsabilizzarsi.

Questi percorsi in quale misura contemplano la decostruzione degli stereotipi appresi, dei pregiudizi, dei modelli di relazione tra uomini e donne che sono stati interiorizzati? Fino a che punto mettono in discussione la mascolinità identificata col dominio?

Sono nodi che possono essere sciolti dopo anni di elaborazione personale, pochi mesi non sono sufficienti. Oggi i Cuav rischiano di essere scorciatoie per evitare misure cautelari che potrebbero salvare la vita alle donne con l’aggravante di offrire, agli autori di violenza, ciò che è loro più conveniente. I Cuav che quindici anni fa si proposero come strumento per tutelare maggiormente le donne, dovrebbero essere i primi a criticare il documento dell’Intesa e a chiedere la modifica del Codice Rosso che concede la sospensione condizionale della pena agli uomini che accolgono. Chi minaccia di morte o fa violenza contro una donna non deve più manipolare il sistema giudiziario e i progetti di recupero.