Mafie

Lea Garofalo, il manifesto del Comune per il suo aguzzino è il segnale che distrugge anni di lotta

“Davanti alla morte si è tutti uguali”. Smorza così la polemica il sindaco di Petilia Policastro, Simone Saporito, dopo essere stato travolto da una valanga di critiche. L’amministrazione comunale del paesino calabrese, infatti, nelle scorse ore ha affisso dei manifesti per esprimere vicinanza al dolore dei familiari di Rosario Curcio, uno dei killer di Lea Garofalo, la testimone di giustizia rapita e uccisa da un commando di quattro persone, fra cui Curcio, il 24 novembre 2009. Il corpo di Lea è stato praticamente distrutto. Le ossa fatte a pezzi, di lei, della sua storia e del suo coraggio, non doveva restare niente.

Rosario Curcio, che insieme a Carlo Cosco, ex marito di Lea, era uno dei quattro aguzzini, è morto lo scorso 29 giugno al Policlinico di Milano, dopo essersi impiccato nella sua cella nel carcere di Opera. Era stato condannato all’ergastolo. Suo figlio lo aveva conosciuto durante i colloqui in carcere e da lì l’ha visto crescere. Probabilmente negli ultimi tempi aveva molto pensato al dolore che aveva provocato, tanto da aver scritto numerose lettere.

Nessuno di noi può giudicare il grado di pentimento di una persona. Può darsi che siano stati i sensi di colpa a consumargli la vita. Ma anche la vita dei familiari di Lea è distrutta. E Lea nel tempo è diventata un simbolo di lotta contro la mafia. Il suo volto pulito contro quello terribile dell’illegalità. Per questo motivo non può essere considerato dal sindaco “un atto dovuto” fare un manifesto da parte di tutta l’amministrazione comunale per esprimere sentimenti di vicinanza. Perché sono segnali che distruggono anni di lotta, che rinnovano il dolore di una famiglia, di una figlia, quella di Lea, che ha avuto indietro solo i frammenti ossei di sua madre, picchiata, uccisa, bruciata, sciolta nell’acido, i resti fatti a pezzi e gettati in un tombino. Come può l’amministrazione comunale dimenticare?

È vero che davanti alla morte siamo tutti uguali. È vero che, forse, Cosco abbia provato anche lui dolore per quello che ha fatto ma non si può confondere la memoria di Lea alla pietà che si prova per la morte di un cittadino che purtroppo si è reso protagonista di una delle peggiori pagine della storia della ‘ndrangheta.

Il sindaco poi aggiunge, come a dire che non c’è stato un suo coinvolgimento diretto nella cosa, che dopo il Covid le agenzie di pompe funebri “sanno che per chiunque muore in paese l’amministrazione deve fare il solito manifesto”. Ma funziona anche al contrario: siccome c’era questo accordo, in un caso così delicato, si poteva chiamava l’agenzia di pompe funebri per annullare il solito protocollo. Inoltre, la difesa d’ufficio del primo cittadino si scontra con la costituzione al Comune come parte civile al processo per la morte di Lea, oltre alle innumerevoli manifestazioni sulla legalità in suo nome. Ebbene, qualcuno dica al sindaco di non fare nulla in nome di Lea, perché è così che questa donna viene uccisa e fatta a pezzi ancora e ancora altrettante volte.

La logica dei piccoli Comuni e del fatto che tutti si conoscono e tutti si rispettano deve essere stravolta in casi come questo. La scorsa estate, in agosto, nel periodo in cui nella cittadina calabrese erano in corso le manifestazioni per ricordare Lea, l’uomo che l’ha uccisa e sciolta nell’acido, Carlo Cosco, suo marito, grazie a un permesso premio ha lasciato il carcere, è tornato in paese in gran segreto, per far visita all’anziana madre malata. A Petilia Policastro l’assassino di Lea ci è rimasto quattro ore e quando la notizia è diventata di dominio pubblico c’è stato dolore e sgomento, un rinnovato ricordo di quello che è successo.

La scorsa estate, oggi, e tutte altre volte che di Lea non sarà fatta la giusta memoria, che si traduce in azioni concrete, ci sarà solo dolore e rabbia. Lea ha avuto il coraggio di scegliere da che parte stare, facendo i nomi delle persone a lei più vicine pur di vivere una vita onesta, e pagando a caro prezzo la sua scelta con la vita. L’amministrazione comunale, con questo gesto, ha deciso diversamente: di fare le manifestazioni intrise di retorica quando c’è da farle; e di far affiggere i manifesti per l’assassino di Lea, mettendo le due cose sullo stesso livello. Il sindaco questa volta ha scelto dalla parte sbagliata.