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Al vertice Nato di Vilnius è finito il ‘neutralismo attivo’: niente di buono si prospetta all’orizzonte

Il vertice Nato di Vilnius, mentre non ha sciolto tutti i nodi per il famigerato ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza atlantica, che trasformerebbe la guerra in Ucraina hic et nunc in una guerra mondiale nucleare, ha sancito due risultati nefasti: l’ulteriore aumento delle spese militari dell’Alleanza (come ha evidenziato Francesco Vignarca su il manifesto del 12 luglio, L’unica intesa è sull’aumento delle spese militari) e l’ufficializzazione del prossimo ingresso della Svezia nell’Alleanza, dopo aver accettato le condizioni poste dalla Turchia sulla pelle dei kurdi, che non potranno più avere in quel paese asilo politico in fuga dalla repressione turca, alla quale saranno riconsegnati.

Al di là dell’incredibile doppio standard del sottostare ai diktat di un “dittatore” (Draghi dixit) amico, come Erdogan, che opprime un popolo per fare la guerra ad un altro dittatore, come Putin, che fa lo stesso ma è nemico, l’ingresso della Svezia nella Nato mette definitivamente – e pericolosamente – la pietra tombale sul sogno di Olof Palme del “neutralismo attivo” tra i blocchi contrapposti.

Era la visione di un socialista che, dopo la più volte evocata Conferenza di Helsinki del 1975, trasformava il tradizionale neutralismo della Svezia in “attivo” come azione positiva e propositiva per il disarmo, il dialogo, la cooperazione internazionale, senza risparmiare puntuali critiche agli opposti militarismi, statunitense e sovietico. Operando, al contempo, per costruire ponti tra l’Est e l’Ovest per un’Europa unita nel nome della pace, e tra il Nord e il Sud del mondo per un pianeta giusto nel nome dell’uguaglianza, al punto da costruire nel 1980 la Commissione internazionale per la sicurezza e il disarmo, che prenderà il nome di “Commissione Palme”, impegnata strenuamente contro il riarmo nucleare dell’Europa degli anni 80 (si veda su questo Aldo Garzia, Olof Palme. Vita e assassinio di un socialista europeo, 2007).

Sulle strade dei costruttori di pace degli anni 70 e 80 del secolo scorso, Olof Palme incontrerà, tra gli altri, il comunista italiano Enrico Berlinguer, il quale – pur non chiedendone l’uscita dalla Nato – configura per il nostro Paese un ruolo di presenza critica e autonoma, capace, a sua volta, di fare da ponte tra mondi diversi, in un’ottica di disarmo e cooperazione europea e internazionale, così come lui fa con il Partito Comunista Italiano, posizionandolo decisamente all’interno del movimento pacifista (si veda su questo Enrico Berlinguer, La pace al primo posto. Scritti e discorsi di politica internazionale (1992-1984), a cura di Alexander Hobel, 2023).

Olof Palme, scomodo a molti, sarà ucciso da primo ministro in carica il 28 febbraio 1986. Al contrario di Berlinguer, morto due anni prima, avrebbe fatto appena in tempo a vedere l’elezione di Michail Gorbačëv al vertice dell’Unione Sovietica, che avrebbe messo in pratica elementi concreti di una visione internazionale non molto dissimile da quella promossa da Palme (e Berlinguer): moratoria unilaterale sui test delle armi nucleari nel luglio del 1985 e poi ritiro unilaterale di 50 mila soldati dall’Europa orientale, smobilitazione di 500 mila truppe sovietiche, ritiro militare dall’Afghanistan nel 1989, non ingerenza nell’autodeterminazione dei popoli dei paesi dell’ex Patto di Varsavia, fino a consentire l’abbattimento del Muro di Berlino e la riunificazione della Germania. Ossia la visione e la costruzione di un nuovo ordine globale fondato sulla cooperazione e l’interdipendenza egualitaria e pacifica per un’Europa unita dall’Atlantico agli Urali. Senza muri, alleanze militari contrapposte e corse agli armamenti.

“Grande è il pericolo che incombe sull’umanità. Ma quest’ultima dispone di ingenti forze per scongiurare la catastrofe e aprire la strada che conduce ad una civiltà senza armi nucleari. La coalizione della pace, che sta accumulando le forze e che unisce gli sforzi del movimento dei non allineati, del gruppo dei “Sei”, di tutti i paesi, partiti politici e organizzazioni sociali amanti della pace, ci dà motivo di speranza e di ottimismo. È arrivato il momento di azioni decisive e improrogabili”. Avrebbe scritto Michail Gorbačëv – tra le altre cose – insieme al presidente indiano Rajiv Gandhi, nella Dichiarazione di New Delhi sulla nonviolenza in occasione della visita in India il 27 novembre 1986, che ne anticipava le azioni successive.

Ma le cose sono andate molto diversamente da come Palme, Berlinguer, Gorbačëv e milioni di donne e uomini costruttori di pace avevano immaginato: la Nato non solo non si è sciolta, come il Patto di Varsavia, ma si è espansa ad Est, paese dopo paese (e spende in armi più di quattro volte di Russia e Cina messe insieme); gli Usa dal 1991 in avanti hanno esportato la guerra ovunque sul pianeta; la Russia si è consegnata all’autocrazia nazionalista; le spese militari mondiali si moltiplicano; la guerra dilaga ed è tornata anche in Europa, per la seconda volta, con un nuovo pericoloso confronto armato internazionale tra Russia e Nato sul territorio ucraino. E con l’ingresso acritico nell’Alleanza atlantica anche della Svezia, e la fine definitiva del “neutralismo attivo”, niente di buono si prospetta all’orizzonte per l’Europa. Mentre le armi nucleari distendono minacciosamente, di nuovo, la loro ombra sull’umanità.