Scuola

Cinque milioni di euro ‘buttati’ per l’Invalsi! Per me è un sistema che non dà soluzioni

Quattro milioni e 900 mila euro, è questo il costo dell’operazione Invalsi 2023. Quattro milioni e 900 mila euro per fare un test i cui risultati da anni ci dicono la stessa cosa: la scuola italiana non funziona. I risultati sono in calo. Quattro milioni e 900mila per portare, in epoca 4.0, 2.600.000 prove cartacee nelle scuole primarie del Regno d’Italia. Quattro milioni e 900 mila per costringere (è requisito di ammissione alla maturità) 2.700.000 mila studenti a rispondere ai test somministrati (è questo il termine usato da Invalsi) in oltre 12 mila scuole. Quattro milioni e 900mila di euro “buttati” per un sistema di valutazione che in questi anni non ha prodotto alcun cambiamento.

E si mettano in pace i sostenitori dell’Invalsi: le prove non servono a valutare i docenti (tanto meno i dirigenti) come molti credono. Almeno, fosse così. Nella scuola i colleghi che ai corsi di formazione chiedono cos’è un comma; quelli che insegnano scrivendo “arancie” sulla lavagna; quelli che non conoscono il pittore Antonio Ligabue; quelli che non leggono un quotidiano e tanto meno un libro e che il 9 maggio non sanno che è la festa dell’Europa, restano al loro posto.

L’importante è che somministrino le prove. Il “sistema” (che costa quattro milioni e 900 mila) funziona perfettamente: i dirigenti (ubbidienti al ministero) obbligano i docenti a farle e a correggerle (senza dare loro un centesimo in più). I presidi obbediscono (pochissimi aderiscono allo sciopero promosso solo dai Cobas), nonostante nei corridoi si lamentino. I bambini eseguono perché altro non possono fare. I più grandi (alle superiori) rispondono a caso per non dirla come lo direbbero loro.

A luglio l’Invalsi presenta i dati. Il giorno prima lo fa con noi giornalisti che poniamo domande sulle proposte da mettere in atto alle quali il presidente di turno si limita a dire che “non sta a lui”, giustamente. Il giorno dopo il ministro di turno (senza possibilità per la stampa di porre domande) fa le promesse di rito ma l’anno dopo i numeri non cambiano. Anzi peggiorano. Nel 2023, ad esempio, i risultati in italiano e matematica, sono stati in tutti i gradi di scuola inferiori a quelli degli anni precedenti.

Ma l’Invalsi fa l’Istat della scuola, non ha soluzioni. Lo fa pure bene. Nulla da eccepire. Misura la febbre a un malato terminale. L’istruzione italiana è in coma farmacologico da anni ma nessuno si cura del paziente. E’ come se sapessero che non c’è speranza ma continuano a dire ai parenti: “Vediamo quanta febbre ha”. Uno spreco di denaro. E non si dica che i soldi mancano: si buttano, purtroppo.