Economia

Germania in crisi tra guerra, inflazione e transizione energetica a metà del guado: ecco i rischi per imprese e lavoratori italiani

La più grande economia dell’Europa è in recessione e nel 2023 potrebbe essere il fanalino di coda dell’Unione e delle grandi economie in termini di crescita del Pil, chiudendo addirittura con il segno meno. Dal secondo trimestre del 2022 la Germania fa i conti con un imprevisto rallentamento economico, a cui guardano con una certa preoccupazione tutti i vicini di casa continentali. Italia compresa: la Germania è infatti il primo partner commerciale del nostro Paese, e l’interdipendenza economica tra Roma e Berlino sempre più profonda.

Quadro a tinte fosche – Dopo una crescita dell’1% nel primo trimestre 2022, il Pil tedesco ha faticato non poco nei periodi successivi: -0,1% nel secondo, 0,5% nel terzo per poi chiudere il quarto con uno -0,5%, replicando il segno meno nei primi tre mesi di quest’anno: -0,3% e con 2 trimestri consecutivi negativi la Germania è entrata ufficialmente in recessione tecnica. Le prospettive sono cupe: l’istituto IFO ha rivisto al ribasso le proprie stime e per il 2023 prevede una contrazione del Pil dello 0,4%, dopo una crescita prevista dello 0,1% solo lo scorso marzo. Concordano con il segno meno per l’anno in corso il German Institute for Economic Research (DIW) e il Kiel Institute for the World Economy (IfW), che prevedono una contrazione rispettivamente dello 0,2% e dello 0,3% del Prodotto interno lordo. Secondo tutti gli istituti Berlino vedrà la luce solo nel 2024 con una crescita superiore all’1% forse sperata più che stimata.

Delocalizzazioni e fallimenti – La guerra e le sue conseguenze economiche sono al centro dell’attenzione degli analisti. I prezzi dell’energia alle stelle e un’inflazione record hanno disorientato imprese e consumatori così tanto che Moritz Schularick, presidente di IfW, ha addirittura dichiarato che “l’economia tedesca tutto sommato sta facendo bene, considerando la dura crisi e lo stop alle forniture di gas e petrolio dalla Russia, e confermando che è in grado di adattarsi velocemente alle circostanze”. E forse è proprio vero che non manca lo spirito di adattamento se tanti stanno valutando di lasciare il Paese. “Molte aziende familiari hanno già piani di delocalizzazione delle attività”, ha detto a Cnbc il capo della German Industry Federation (BDI), Siegfried Russwurm. “Tante imprese con sede in Germania stanno facendo bene a livello globale, ma stanno soffrendo nelle attività operative nel proprio Paese”. La crescita dei fallimenti aziendali conferma questa percezione. Nel primo trimestre il numero di insolvenze, secondo quanto annunciato dall’Ufficio federale di statistica, è aumentato del 18,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. E anche le rivendicazioni dei creditori derivanti dalle insolvenze sono aumentate in modo significativo: i tribunali distrettuali le stimano a 6,7 ​​miliardi di euro, rispetto ai 3,9 miliardi di euro dell’anno precedente.

Il nodo energetico – Nelle ultime settimane il governo ha annunciato un piano di sostegno da circa 30 miliardi di euro fino al 2030 per aiutare alcune industrie energivore, come la chimica e la siderurgica, a far fronte ai rincari dell’elettricità. Il piano intende porre un tetto di 6 centesimi di euro per kilowatt/ora. Il prezzo dell’elettricità non residenziale si attesta sui 18 centesimi di euro, al netto delle tasse che restano tra le più alte d’Europa e portano il costo finale a oltre il doppio della media degli altri Paesi del G7. Berlino si trova a metà del guado dei suoi progetti di transizione energetica: spenti gli ultimi tre reattori nucleari lo scorso aprile, continuano gli investimenti sulle rinnovabili ma gli obiettivi che il Paese si è posto restano lontani. “Nessuna grande economia industrializzata ha mai visto le basi stesse della sua competitività e resilienza così sistematicamente messe alla prova dalle pressioni del cambiamento sociale, ambientale e normativo”, ha scritto l’Ocse lo scorso anno. “Inoltre, queste pressioni sono profondamente rese più complicate dalle profonde interconnessioni tra l’economia tedesca e i mercati internazionali”.

I riflessi sull’Europa e sull’Italia – E infatti anche l’Eurozona è entrata in recessione, replicando il segno meno della crescita tedesca nell’ultimo trimestre 2022 e nel primo trimestre di quest’anno. La Germania è il più grande mercato europeo ed è il primo partner commerciale per 18 su 26 Paesi dell’Unione (escludendo la stessa Germania). Tra questi c’è l’Italia. Il nostro Paese guarda con attenzione all’evoluzione della situazione tedesca, alla luce della profonda e crescente interdipendenza tra le due economie. Nel 2015 la partnership commerciale tra i due Paesi valeva 108,4 miliardi di euro. E dopo il record di 142,6 miliardi complessivi del 2021, nel 2022 l’interscambio italo-tedesco ha segnato un nuovo massimo storico a 168,5 miliardi di euro. Lo scorso anno le esportazioni italiane verso la Germania hanno toccato quota 77,5 miliardi di euro (+15,8%), e anche l’import ha registrato una crescita sostenuta, pari al 20,2%, salendo a 91 miliardi.

Le regioni e i settori interessati – Secondo le elaborazioni di AHK Italien, Camera di Commercio Italo-Germanica, le regioni italiane a registrare il maggior interscambio con la Germania sono la Lombardia (un terzo degli scambi complessivi, ovvero 56,2 miliardi di euro), il Veneto (24,1 miliardi) e l’Emilia-Romagna (19 miliardi). Dalla prospettiva tedesca, invece, il Land più attivo è il Baden-Württemberg, la cui partnership commerciale con l’Italia vale 34,2 miliardi di euro, poi la Baviera, fino al 2021 al primo posto, con 27,8 miliardi e la Renania Settentrionale – Vestfalia con 27,4 miliardi. L’export italiano interessa soprattutto la siderurgia, con 15,2 miliardi di euro, ma riguarda anche altri settori: macchinari (10 miliardi), chimico farmaceutico (9,9 miliardi) e mezzi di trasporto (8,9 miliardi), tutti con crescite in valore a doppia cifra nel 2022 rispetto al 2021, mentre molto diversa è la dinamica in volumi che, ad eccezione dei macchinari, ha visto lo scorso anno la siderurgia e la chimica in contrazione. Un segnale forse finora sottovalutato e che amplificato dal contesto recessivo potrebbe avere nel prossimo futuro ripercussioni anche sui lavoratori italiani.

L’universo automotive – Il Piemonte è al quarto posto tra le regioni a maggior interscambio commerciale con la Germania, per un totale di 14,8 miliardi di euro. A fare la parte del leone qui è naturalmente la componentistica auto, e gli acquirenti più importanti di freni, motori, cambi, pneumatici oltre a viti, dadi e bulloni sono proprio le case tedesche. L’export della componentistica auto italiana vale oltre 20 miliardi di euro, e la Germania è il primo partner del nostro Paese con il 21 per cento come evidenziato da Anfia, Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica. L’edizione 2022 del suo Osservatorio sulla componentistica automotive italiana, realizzato con la Camera di Commercio di Torino, sottolinea la centralità tedesca delle case tedesche nelle strategie delle nostre imprese. Escludendo Stellantis, il 66,2% delle imprese italiane censite e il 78,3% dei fornitori piemontesi ha avuto nell’ultimo anno di rilevazione tra i principali clienti esteri gli OEM (case auto) tedeschi. E in prospettiva futura la Germania emergeva quale primo Paese estero verso il quale le imprese intervistate avrebbero voluto dirigere i propri sforzi commerciali e produttivi. L’attuale situazione potrebbe rimescolare le carte degli investimenti delle nostre imprese.