Politica

Voto anche di lunedì “contro l’astensionismo”. E’ servito? Ecco i dati (e i costi). I sondaggisti: “Con urne aperte per un mese l’affluenza non si schioderebbe”

La legge dice che si vota in un solo giorno, la domenica dalle 7 alle 23. Ma vista la crescente disaffezione degli italiani, quest’anno il governo ha deciso di derogare e investire qualche milione di euro per estendere al lunedì le operazioni di voto. Una scelta approvata da tutto il Parlamento perché, evidentemente, l’astensionismo fa paura a tutti. Peccato che i dati sull’affluenza non siano di conforto e gli esperti in materia giudichino il lunedì elettorale “meno di un’aspirina”. Al contrario, “soprattutto nelle amministrative gli elettori hanno perso la percezione del ruolo dei sindaci, dei loro poteri e quindi della loro potenziale efficacia nel determinare cambiamenti reali per le vite degli elettori”, ragiona il direttore di Noto Sondaggi, Antonio Noto. Più preoccupato il presidente dell’Istituto Ixè, Roberto Weber: “L’astensionismo ha raggiunto dimensioni che sono ormai un preciso segnale di ordine politico, del fatto che l’offerta non incontra più l’opinione dell’elettorato: la macchina si è inceppata”.

Corsi e ricorsi di un’illusione Il precedente è degli anni ’90, poi nel 2002 il lunedì elettorale fu reintrodotto e solo con la legge di stabilità 2014 la politica decise di eliminare definitivamente i lunedì ai seggi, limitando il voto alla domenica e risparmiando denaro pubblico visto che un appuntamento elettorale nazionale costa ormai 400 milioni di euro. Non si può certo dire che si trattò di un danno alla democrazia, visto che si fa così in tutti gli altri paesi europei. Anzi, in molti degli Stati membri l’orario di voto è più breve e tutto finisce ben prima delle 23. Nel biennio 2020-2021, con la pandemia e il rischio assembramenti, si decise di derogare alla norma introdotta nel 2014, consentendo agli italiani di votare in due giornate. Si torna alla regola nel 2022, annus horribilis dell’affluenza, con le comunali di giugno al 54% e le politiche del 25 settembre alle quali partecipa solo il 64% degli italiani, contro il 73% delle europee del 2018 e con aree del Sud dove si scende sotto al 50%. La soluzione? Reintrodurre la due giorni elettorale, per “agevolare la maggiore partecipazione possibile dei cittadini alle consultazioni elettorali, anche in considerazione del crescente fenomeno di astensionismo”, spiegò Palazzo Chigi lo scorso 12 dicembre quando approvò il relativo decreto (dl 12 dicembre 190), poi convertito in legge a gennaio.

Costi e beneficiIl governo ha calcolato che la deroga per il 2023, anno in cui si rinnovano cinque consigli regionali e quasi 800 consigli comunali, costerà 14.874.000 euro. Al netto di quanto ci costa tenere chiuse le scuole in un giorno di lezione, e della paga per scrutatori e presidenti di seggio, che rimane la stessa, le maggiori spese sono tutte relative alla vigilanza delle circa 61.659 sezioni per cui si è calcolato di impiegare 60 mila agenti di Polizia per ulteriori 10 ore. “Votando un giorno in più fino alle ore 15, ci sono buone possibilità che la gente vada più volentieri a votare e possa recuperare”, aveva detto in Aula a gennaio il presidente dei senatori della Lega, Massimiliano Romeo. Com’è andata a finire? Le amministrative 2023, con 793 comuni al voto, hanno registrato un’affluenza del 59%. Un anno fa era del 54% con una sola giornata di voto. “Il 5% in più non si può attribuire al lunedì– avverte Noto – perché una parte di chi ha votato il secondo giorno lo avrebbe fatto in ogni caso”. A influire sulla partecipazione alle comunali, dicono le serie storiche, è poi il numero di comuni al voto. Più sono e maggiore diventano il peso e la visibilità che la politica nazionale dà all’appuntamento. Ma nel 2018, quando il numero dei consigli comunali da rinnovare era simile a quello di quest’anno (760 comuni), l’affluenza superò il 60% nonostante la sola domenica a disposizione. E così nel 2015, con mille comuni al voto e un’affluenza del 65%.

La crisi delle amministrative Secondo il sondaggista Noto, le amministrative rappresentano da tempo la Cenerentola degli appuntamenti elettorali. “Se nei ballottaggi delle comunali si scende sotto al 50% è perché l’elettorato giudica poco importante l’appuntamento”, spiega. “Rispetto alle elezioni politiche, dove il calo c’è stato ma ancora si raggiunge il 65% dell’affluenza, c’è più disillusione sui cambiamenti che una scelta a livello locale può portare nella propria vita, come se gli elettori pensassero che più di tanto un sindaco non può fare”. Ancora: “A questo si aggiunge l’opacità di una politica che alle amministrative si presenta con sfidanti della stessa area politica, un’infinità di liste civiche, o addirittura disertando la tornata, come hanno fatto alcuni partiti nazionali in molti comuni”. Scelte che, dice Noto, “fanno perdere al voto ogni connotazione politica riconoscibile e acuiscono la disaffezione”. Soluzioni? “La politica deve restituire appeal e reputazione al ruolo istituzionale dei sindaci, che i cittadini comprendono sempre meno, fino a considerarlo marginale, tanto da disertarne l’elezione”. Quanto ai lunedì? “Incide pochissimo, molto meno di quanto pensasse che chi ha fatto la deroga”.

Il lunedì nero delle regionali Il banco di prova c’era già stato, il 12 e 13 febbraio con le regionali in Lazio e Lombardia. E si è trattato di un flop. In Lombardia l’affluenza è stata del 41,67%. Nel 2018, quando si era votato in un unico giorno, era stata del 73,11%. Peggio nel Lazio, con il 37,2% di affluenza contro il 66,55% del 2018. “Quando si arriva lì, possiamo anche dare tutto il mese per votare, ma non ci si schioda più”, commenta il sondaggista Weber, certo che quella elettorale sia ormai una macchina inceppata. “Sarebbe accaduto anche più in fretta se non ci fosse stato il Movimento 5 stelle, che ha intercettato parte della disaffezione al voto e alla politica in generale, ma adesso che il M5s conosce la sua crisi il processo riprende e temo si tratti di una tendenza europea, quella di un tipo di offerta politica che ha ormai esaurito la sua spinta, come a mio avviso anche le amministrative in Spagna dimostrano”. Quali sono le ragioni? “La perdita di sovranità da parte del cittadino elettore che a partire dai governi tecnici, da Monti in poi, ha smarrito il senso delle maggioranze a sostegno dei vari governi, del chi vota cosa”. Un esempio? “Sull’Ucraina quasi 6 italiani su 10 sono contrari all’invio di armi, eppure non contano nulla: siamo messi male”. Il centrodestra intanto festeggia. “Sì, ha vinto, ma si governano città, regioni e interi Paesi col 75% di consenso contrario, espresso o meno che sia”, risponde Weber, che a questo punto suggerisce di rimettere in discussione le elezioni stesse, ormai poco efficienti nel servire la democrazia. “David Van Reybrouck ha proposto di attribuire almeno una parte dei seggi non con le elezioni ma col sorteggio“, spiega citando lo studioso belga. “Sorteggiare una parte degli attuali eletti potrebbe risvegliare la partecipazione più di quanto ormai non riescano a fare le elezioni, molto meglio di quanto non facciano i seggi aperti di lunedì che funzionano meno di un’aspirina”