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Giro d’Italia, ci è voluto il sacrificio di Evenepoel per fare ciò che andava fatto subito

Il campione del mondo belga, Remco Evenepoel, appena ripresa la maglia rosa al Giro d’Italia dopo aver vinto per appena un secondo la cronometro di domenica, è stato costretto ad abbandonare la corsa perché positivo al Covid, dopo i controlli della sua (prudente) squadra. Nella prima settimana, ben sei corridori – fra i quali il veterano Rigoberto Uran e Filippo Ganna – sono stati costretti al ritiro per lo stesso motivo, una percentuale inquietante considerato che al primo via i corridori erano 176 (oggi sono tredici in meno). Come mai?

La prima constatazione è che il Covid c’è, non è affatto sparito dal nostro quotidiano, anzi; vive tra di noi ed impesta se non quanto prima pur sempre abbastanza, nonostante l’ottimismo ostentato dal nostro governo (e, una settimana fa, dall’Oms che ha degradato la pandemia a epidemia…). Già da mesi la premier Meloni aveva imposto uno scellerato silenziatore ai bollettini sanitari, per rassicurare ed illudere i suoi elettori, soprattutto i no vax che l’hanno votata in massa; poi, il governo dell’estrema destra ha dato il via libera a tutti, spiegando che non era più necessaria la mascherina, anche negli ospedali, scelta sciagurata, come sta dimostrando il clamoroso caso del Giro d’Italia.

Nel giro di poche ore, la Rcs (il gruppo del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport, storica organizzatrice del Giro) ha fatto sapere che non è colpa sua se il Covid ha falcidiato il gruppo, colpendo la maglia rosa: “L’Uci, l’unione ciclistica internazionale, aveva cancellato qualsiasi obbligo di test e dalle corse sono scomparse anche le mascherine”, è l’incipit del primo comunicato, dopo l’ovvio disorientamento che ha provocato il ritiro di Evenepoel e l’inevitabile caduta d’immagine della corsa, per quanto riguarda la sicurezza sanitaria dei corridori, “non c’è nemmeno la quarantena in caso di positività”, si premurano di dire per scaricare ogni responsabilità, sebbene Gazzetta stessa noti che “le squadre hanno continuato a effettuare i test antigienici per loro sicurezza. Test che gestiscono in piena autonomia, svincolati dall’obbligo di comunicare i risultati sia all’Uci sia agli organizzatori. Li fanno loro e non devono rendere conto a nessuno. Controlli antigenici, quelli che danno il risultato in pochi minuti. E’ uno di questi che porta Evenepoel lontano dalla corsa rosa. Il Giro, in un tweet, lo ha ringraziato e gli ha dato appuntamento al 2024”. Ci mancherebbe.

Ponzio Pilato è un dilettante, dinanzi a quanto affermano quelli della Rcs, in evidente imbarazzo: come mai le squadre fanno i controlli e l’organizzazione no? Qualcosa non quadra. Forse che i controlli a tappeto costano troppo? Forse che le legittime preoccupazioni delle ventidue squadre siano a ragion veduta, e servano anche a salvaguardare il loro patrimonio, ossia gli atleti ingaggiati e la loro salute? Una preoccupazione non campata per aria, e per nulla accondiscendente con le attestazioni ottimistiche, per esempio, del nostro governo, che ha sdoganato il virus e lo ha relegato al passato. Mentre il virus non solo non è passato, ma si evolve in varianti, e, occhio alla propaganda di regime, tutto ciò viene spacciato come ormai un problema superato, perché queste varianti sarebbero meno pericolose di quelle precedenti.

Vaglielo a dire agli anziani colpiti, o agli ospedali nei quali si riversano masse di disgraziati che se ne fregano indiscriminatamente della mascherina (mia moglie è stata vittima di costoro: per un contagio hanno dovuto chiudere il reparto dove lei avrebbe dovuto essere ricoverata e poi operata… è successo a Milano, ndr).

Più tardi, il direttore del Giro, Mauro Vegni, ha aggiunto parole sconcertanti: “Qualcuno può decidere di fermare il corridore per motivi di salute, qualcuno può decidere di farlo continuare. Qua al Giro ci sono stati dei casi Covid dichiarati, non possiamo mettere la mano sul fuoco sul fatto che non ce ne siano stati altri, ma magari non sono stati dichiarati”. Quindi il Giro porta in…Giro nugoli virali, è una potenziale bolla di contagio. Da martedì 16 maggio, sarà quindi un Giro più giallo che rosa, un Girovid mistery: chi tra i 163 corridori superstiti riuscirà a schivare il Covid? Chi, tra costoro, confesserà d’averlo? Chi controlla i peones e i desperados del gruppo, per i quali il Giro è vetrina essenziale, costi quel che costi?

Infine, ecco che gli organizzatori corrono ai ripari, sebbene in extremis. Ennesimo comunicato, che è in fondo un (tardivo) diktat per salvare capra e cavoli, e reputazione: “Alla luce degli ultimi sviluppi inerenti casi di positività riscontrati su alcuni corridori, la Direzione del Giro comunica che in tutte le aree di contatto coi corridori sarà obbligatorio l’uso della mascherina”. C’è voluto il sacrificio dello sfortunato Remco Evenepoel per mettere in atto ciò che andava fatto già alcuni giorni fa. Ciò che è successo al Giro e che potrebbe continuare a succedere – penso ai baci delle miss, agli abbracci di fine tappa, ai contatti coi fans – sia di esempio a chi ascolta le irresponsabili indicazioni di un governo che ha sempre criticato le necessarie precauzioni (almeno negli ospedali e nei luoghi amministrativi), e che vuole condannare l’ex premier Conte e il suo ministro Speranza, per avere scelto severe ma indispensabili misure di sicurezza sanitaria. Avere mollato la presa porta a rendere permanente l’epidemia, invece di debellarla.

Aggiornamento del 16 maggio delle ore 10

I corridori che hanno lasciato il Giro per Covid sono ormai sette: Evenepoel, Uran, Ganna, Conti, Conci, Aleotti, Russo. Non solo. Bystrøm dell’Intermarché ha ammesso di avere il Covid ma non intende ritirarsi. Chissà quanti altri sono come lui: colpa dell’anarchia, in assenza di un protocollo uniforme, visto che l’Uci se ne lava le mani delegando ai medici e ai team manager delle squadre la scelta di rimandare a casa chi è stato contagiato, e l’obbligo della mascherina arrivato dopo otto giorni di incertezze organizzative, è parso un provvedimento tardivo, quando ormai il contagio aveva già fatto guai grossi (7+1 corridori vittime del Covid su 176 partecipanti, uno ogni 22, una percentuale inquietante, da minipandemia).