Società

Meno nascite in Italia, un fenomeno complesso: ecco tutti i numeri della denatalità

Poco tempo fa scrivevamo che la popolazione nel mondo aveva raggiunto gli 8 miliardi e sottolineavamo che preoccupante non era tanto il valore assoluto in sé, quanto la distribuzione di quegli 8 miliardi, perché i fenomeni correlati alla demografia sono talmente tanti e tali, di segno positivo e negativo, che non è possibile dare un giudizio univoco.

Sicuramente, per l’Italia, il decremento delle nascite non è da leggersi positivamente, perché significa, a questi ritmi, decretare l’estinzione del nostro popolo; significa accollare sulle spalle dei più giovani il carico dei più anziani, nella loro cura e nel loro mantenimento pensionistico, in primo luogo.

Ma vediamo i numeri. La popolazione italiana (Tabella 1) non ha conosciuto mai un decremento tra censimento e censimento, da quello post unitario del 1871 a quello del 2011. Nel 2021 il primo segno meno (-0,22%).

Negli ultimi 10 anni la curva della popolazione non ha fatto che scendere, come si può osservare dal Grafico 1.

La causa? Minori nascite, a fronte di un numero di morti che, dal censimento 1991, sono state sempre superiori ad esse, determinando un saldo demografico negativo (Tabella 2 – Grafico 2 – Grafico 3).

Che cosa è accaduto?

I matrimoni sono diminuiti. Nel periodo 1871-1971 si aggiravano attorno ai 700 per 100.000 abitanti (min. 614 nel 1941; max. 789 nel 1961), con una punta, nel medesimo arco temporale, di 1.170 circa nel 1921, attribuibile al fenomeno che si verifica alla fine di ogni guerra, in questo caso della I guerra mondiale. Anche al termine della II nel 1946 e 1947 vi fu un’impennata di matrimoni, sfiorando i 900 per 100.000 abitanti. E’ nel 1974 che inizia il decremento, inesorabilmente, anche se tra il 1988 e il 1992 si assiste ad una debole ripresa. Dal 1993 la discesa continuerà senza sosta con il picco negativo di 96.841 nel 2020 a causa del Covid (Tabella 3 – Grafico 4).

Il tasso di fecondità delle donne è sceso, da 2,41 figli pro capite (1961) a 1,25 nel 2021 (dimezzandosi in 60 anni), passando da un tasso di natalità (rapporto tra il numero di nati vivi dell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente per 1.000) pari a 36,56 nel 1871 a 7,6 nel 2017 (-79,7%), a cui ha corrisposto un tasso di mortalità (rapporto tra il numero dei decessi nell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente per 1.000) in diminuzione, ma a un ritmo più lento (-65,3%). Si ricorda che l’equilibrio perfetto si raggiunge quando ogni coppia adulta viene sostituita da un’altra coppia di nuovi nati e quindi il tasso di fecondità deve essere pari a 2,1 (Tabella 4 – Grafico 5).

Inoltre, la fecondità delle donne si è abbassata anche in ragione dell’elevamento dell’età media al primo parto, passata (con riferimento ai censimenti) da 25 anni circa (1961-1981) a oltre 30 dal 2011 (Tabella 5).

Tale età ha, nell’ultimo decennio, continuato a crescere fino a raggiungere circa 32 anni nel 2021 (Grafico 6).

Per inciso, si fa notare che l’età degli sposi che nel 1871 era sotto i 30 anni per il 63,1% degli uomini e per l’83,4% delle donne, nel 2014 è diventata rispettivamente del 22,9% per i primi e del 39,6% per le seconde, per abbassarsi ulteriormente al 16% per i ragazzi e al 29% per le ragazze nel 2021. Nel frattempo, la speranza di vita alla nascita si è raddoppiata, passando da 42,6 anni per gli uomini e 43 anni per le donne all’inizio del secolo scorso, rispettivamente, a 80,5 e a 84,5 nel 2022 (Tabella 6).

Mentre la popolazione invecchia, l’incidenza degli ultra 65enni è passata dal 3,4% nel 1871 al 10,1% nel 1971, all’incirca triplicandosi nel giro di un secolo e via via assumendo sempre più peso, giungendo al 23,8% nel 2022 (Grafico 7).

Ciò significa che l’indice di dipendenza degli anziani dal 1871 al 2022 (Grafico 8) è cresciuto a dismisura e se circa 150 anni fa 100 individui in età compresa tra i 15 e i 64 anni si facevano carico di 8,2 ultra 65enni, oggi devono sopportare il peso di 37,5 ultra 65enni (quattro volte in più).

Che cosa fare? Come convincere gli italiani a fare più figli? Possono essere gli incentivi economici, gli asili nido, i lavori meno precari a indurre la popolazione a una maggiore natalità? Sono più gli incentivi materiali o un cambiamento della visione della vita, delle sue priorità che possono portare a un incremento delle nascite? Facciamo solo alcune osservazioni. Quando nel maggio 1927 Mussolini lanciò la Campagna per l’aumento demografico in Italia, che prometteva premi alle famiglie numerose, c’erano 1.093.772 nascite l’anno. Da allora al 1940 (primo anno di guerra) esse si sono mantenute sullo stesso livello, senza mai superare quel limite di partenza.

Il reddito pro capite (a euro costanti, base 2010) è passato da 2.220 euro nel 1871 a 26.320 nel 2017; nel periodo 1927-1940 ha oscillato tra 3.720 e 4.380 euro. Durante il baby boom negli anni ’60, quando si era prossimi al milione di nascite per anno, il reddito pro capite si aggirava tra gli 8.000 e i 13.000 euro. Oggi rispetto ad allora è più che raddoppiato e le nascite ridotte a meno di un quarto.