Società

Il disagio del governo davanti alle fondamenta della Costituzione: ora tocca al 2 giugno

Da anni al centro della mia attività di insegnamento c’è la Costituzione. Non si finisce mai di scoprire quanto essa sia ben scritta: un vero miracolo, difficile da credere o da spiegare. Forse la dura esperienza bellica aveva selezionato anche la classe dirigente, per una volta.

Ci si è chiesto se sia antifascista. A parte l’esplicita citazione della XII disposizione transitoria e finale, in effetti nei 139 articoli non si nomina mai il regime da cui si cercava di uscire. Non c’è alcun riferimento in negativo, per sottrazione, alcuna critica. Ma a ben guardare tutta l’impostazione e la seguente esperienza costituzionale, a dispetto delle difficoltà e impedimenti in fase di attuazione, nella sua fervente democraticità, nell’affermazione di diritti e libertà, si contrappongono intrinsecamente al fascismo nella misura in cui questo costituì negazione di tali diritti e libertà. È, più in generale, una contrapposizione radicale a ogni forma di autoritarismo. Ed è ancora più efficace perché lo è in positivo: in sintesi, i costituenti non si abbassarono a negare o togliere, ma volarono alto per riconoscere e aggiungere, con rara lungimiranza, principi e valori antitetici a ogni dittatura.

La toponomastica, come feste e ricorrenze, puntellano le basi della convivenza civile, o meglio della narrazione su cui si basa un intero ordinamento giuridico. Tre date si susseguono a stretto giro in primavera. La presa di Milano assurta come giorno simbolo della liberazione dalle forze nazi-fasciste. Il lavoro, che troviamo già nell’articolo uno e nel quarto principio fondamentale, oltre che nei dettagli degli articoli relativi ai rapporti economici. Tra un po’ sarà la volta della festa della Repubblica. C’è da aspettarsi che qualche ministro o dirigente finga di inciampare su una battuta, magari facendo riferimento a quell’altra repubblica, quella di Salò, che in effetti era molto avanzata nel riconoscimento formale di determinate istanze sociali. Un cenno ai “repubblichini” sarebbe umanamente comprensibile e politicamente necessario: devono render conto a un certo tipo di elettorato, senza andare troppo per il sottile.

Ma a parte certe smargiassate, quel che mi pare emergere dalla attuale Costituzione materiale è l’effettivo ruolo dominante del Presidente della Repubblica che, non per protagonismo ma nel rispetto del suo ruolo di garante supremo, detta la linea e mette tutti in riga a dispetto delle maggioranze temporanee. Quella attuale è, ripercorrendo i 75 anni di storia repubblicana, quella più spinta verso posizioni conservatrici, con frequenti venature reazionarie di estrema destra, condite di esplicite aspirazioni nostalgiche e revisioniste. In effetti si percepisce un certo affanno, un dimenarsi per cercare di proporre la propria impronta almeno in queste manifestazioni esteriori, dal momento che in politica economica e estera, cioè nelle questioni veramente dirimenti, emergono sempre più tutti i nostri limiti di sovranità.

In questi giorni il governo ha assaporato cosa vuol dire essere in minoranza. Non mi riferisco alla votazione della Camera sul Def, semplice incidente di percorso frutto di gestione improvvida e superficiale che può capitare. Giorgia Meloni e il suo governo, pur non avendo una opposizione degna di questo nome, sono parsi minoranza davanti ai monumenti, nelle piazze e, infatti, sui media. Che forse non sono più così appiattiti sulle sue posizioni e rispondono anche ad altre direttive.