Diritti

Con la sua intervista Michela Murgia ci ha fatto un altro regalo: le dobbiamo molto

L’intervista che Michela Murgia ha rilasciato al Corriere della sera in cui ha rivelato di avere un tumore e che le resterebbero pochi mesi di vita ha colpito tanti e tante: sui media, sui social, nelle chat in questi giorni c’è stata un’ondata di commenti alcuni increduli, altri angosciati e affranti, ma tutti impressionati dalla grande serenità con cui ha dato questa notizia. Alcune frasi sono spiazzanti, con un linguaggio crudo e pungente, e d’altronde come stupirsi di questo?

Michela Murgia è una donna che con passione e con durezza si è sempre schierata contro soprusi, discriminazioni e contro il patriarcato e per questo è diventata un bersaglio dei soliti odiatori seriali come dice lei stessa nell’intervista: “Sono stata fortunata: ho sempre avuto amori felici, e persone che si sono rivelate in gamba anche quando le ho lasciate. Il vomito l’ho vissuto, ma legato alla mia ostensione pubblica, all’essere diventata un bersaglio. Era la reazione per l’odio che ho avvertito nei miei confronti. È cominciato quando ho visto per la prima volta il mio nome sui muri, quando mi hanno insultata in coda al supermercato. È finito quando ho capito che non dovevo lasciar entrare quell’odio dentro di me”.

Murgia con il suo linguaggio, i suoi testi, le sue interviste, ha in questi anni regalato alle donne, ma in generale alle persone discriminate, strumenti per smontare gli stereotipi, denunciare la cultura patriarcale, riconoscere la violenza in tutte le sue forme. Ci ha spesso aperto gli occhi e ci ha stimolato a reagire, a prendere posizione, a lottare contro una società maschilista e violenta.

Le dobbiamo molto. E l’intervista che ha rilasciato al Corriere della sera è un altro regalo. Mettersi a nudo, parlare del cancro come lei lo sente e lo vive senza infingimenti o falsi buonismi è un modo per farci riflettere sul tema del fragile rapporto tra noi e la morte che è cambiato nel corso dei secoli e ha assunto dagli anni del dopoguerra un aspetto privato, intimista, non familiare quasi che la rimozione della morte dai nostri discorsi fosse un antidoto alla morte stessa.

D’altronde Michela Murgia con quel capolavoro che è Accabadora si è cimentata da subito sul tema della morte, perché i sardi, come tutti gli abitanti di terre periferiche, dure e isolate hanno un rapporto familiare con la morte fin da piccoli.

Ognuno vive il cancro in modi diversi: i contesti e il vissuto di ogni persona contribuiscono a provare sentimenti differenti, chi di rabbia, chi di dolore, chi di resistenza, chi di accettazione. Non bisogna essere eroi a tutti i costi. Ma Michela ci dice che si può vivere la malattia senza sentirsi perdenti “…accettare che quello che mi sta succedendo faccia parte di me. La guerra presuppone sconfitti e vincitori; io conosco già la fine della storia, ma non mi sento una perdente”.

Ed infine un altro regalo ce lo fa con il suo ultimo libro in uscita il 16 maggio Tre ciotole e anticipandone qualche argomento, nell’intervista parla dell’ultimo capitolo del libro “Utero in affido”. E’ la storia di una donna che mette al mondo un bambino e lo affida a una coppia che lo desiderava. Lo leggeremo e lo commenteremo, ma intanto una frase dell’intervista mi ha colpito perché Murgia riesce sempre a portare lo sguardo oltre. Chi si scaglia contro “l’utero in affitto” lo fa spesso con una retorica insopportabile sulla maternità e senza curarsi delle tante “maternità surrogate” che esistono come dice Murgia alla fine della sua intervista: “Quelli che parlano di maternità rubata sono gli stessi che hanno in casa badanti che hanno lasciato i loro figli in Paesi lontani per occuparsi dei nostri bambini e vecchi”.

Michela Murgia si augura di morire quando Giorgia Meloni non sarà più Presidente del Consiglio. Me lo auguro anche io, sperando che questo succeda presto, ma auguro a Michela di vivere ancora a lungo perché di lei abbiamo ancora bisogno.