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Dalla mancanza di munizioni d’artiglieria di Kiev alla scarsa logistica di Mosca: ecco quali sono le carenze sul campo di Russia e Ucraina

Giusto un anno, fa durante un colloquio-intervista, il generale Ben Hodges, ex comandante dell’Esercito americano in Europa, disse: “La guerra logora i combattenti e mette alla prova la volontà e la logistica di ciascuna delle parti”. Insomma, la formula matematica dello scontro in Ucraina dice che le risorse disponibili – e ritenute spendibili – non sono un dato del sistema ma il prodotto della volontà politica e dell’organizzazione logistica. Fin dall’inizio del conflitto si tende a considerare armamenti, equipaggiamenti, mezzi e uomini in modo rigido, come contassero solo i numeri (quelli russi) colossali, se paragonati con quelli dell’Ucraina o qualunque altro Paese. La storia, poi, è andata in un’altra direzione.

Basti dire che le stime parlano di 1.100 missili russi sparati contro l’Ucraina nei primi dieci giorni di guerra, mentre ora Mosca è costretta a centellinare proprio i missili, se è vero che nei recenti attacchi i Tu-95 e i Tu-160 ne trasportavano molti meno rispetto al loro carico massimo. Così, se fino all’estate scorsa le truppe russe sparavano 20mila colpi di artiglieria al giorno e Wagner è arrivata a usare 80mila proiettili ogni 24 ore – come ha osservato la giornalista Courtney Kube, numeri del genere non si erano visti dalla Guerra di Corea -, il moderno dio della guerra, che secondo Stalin è l’artiglieria, alla fine è entrato in crisi, dato che sia gli ucraini che il capo di Wagner Prigozhin lamentano la scarsità di proiettili di qualsiasi tipo.

Certo, la superiorità nei numeri dei russi non è venuta meno: il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd J. Austin III ha riconosciuto che la Russia ha un numero considerevole di aerei nel suo inventario, che non usa più di tanto per contenere le perdite, mentre il comandante militare della Nato, il generale Christopher Cavoli, ha ammesso che la Russia ha una Marina quasi intatta e dispone, grazie alla mobilitazione, di una quantità di truppe superiore all’inizio della guerra. A questo si aggiungano sterminate scorte di munizioni, quasi tutte di epoca sovietica, che hanno permesso di continuare a combattere – sia pure con mezzi vintage – anche dopo la perdita di territori grandi quanto il nostro Nord-Ovest e le ritirate poco decorose in autunno.

All’inizio della guerra la sproporzione tra il numero di pezzi russi e ucraini schierati in prima linea poteva arrivare fino a 10 a 1 a favore della Federazione: numeri apparentemente soverchianti, la cui importanza è calata a causa delle criticità sistemiche della logistica russa. Oltre alle devastanti campagne con sistemi missilistici HIMARS per distruggere dozzine di depositi di munizioni e di carburante russi, hanno inciso, infatti, il verticismo, la corruzione, la disorganizzazione e la lentezza della supply chain russa, oltre alle sanzioni che di fatto limitano Mosca nella produzione di pezzi composti da acciaio, microprocessori e altri componenti di qualità. Il Cremlino per continuare la guerra deve tirare fuori dal cilindro carri armati vecchi di settant’anni di cui ha i magazzini pieni.

Mark Cancian, autore di un rapporto del Center for Strategic and International Studies, sostiene che, a fare l’inventario dei “magazzini” americani, la situazione è abbastanza rosea: “La maggior parte degli articoli forniti all’Ucraina proveniva da aree con scorte o capacità di produzione abbondanti”. Spicca il caso delle munizioni per armi leggere: Washington ha fornito nel solo 2022 circa 108 milioni di proiettili, ma ha una capacità produttiva monstre di 8,6 miliardi di proiettili l’anno. Cancian sostiene che “per la maggior parte delle armi e munizioni, gli Stati Uniti possono fornire supporto a tempo indeterminato“. Il quadro è meno allegro se ci si concentra su oggetti come i proiettili di artiglieria. Fino a dicembre 2022 ne sono stati inviati a Kiev un milione di pezzi: il guaio è che gli Stati Uniti ne producono appena 28mila l’anno. Sì, in pratica gli ucraini hanno ricevuto nel 2022 la produzione americana di 35 anni. Realisticamente, la soluzione sta nell’aumentare tale produzione interna – ma solo nel 2050 si arriverà a realizzare quasi mezzo milione di pezzi – oltre che nel trovare altri fornitori oltre agli Usa. Non che l’Ucraina finirà per esaurire le famigerate munizioni da 155 mm: semplicemente, le unità di artiglieria durante le battaglie degli ultimi mesi hanno a volte dovuto “razionare i proiettili e sparare solo agli obiettivi con la massima priorità”. Discorso analogo riguarda i Javelin: “Ulteriori trasferimenti sono stati fermati perché le scorte sono al punto in cui il rischio per altri piani di guerra, ad esempio un conflitto nella Penisola coreana o nei Paesi baltici, è diventato troppo alto”. Potrebbero essere necessari più di 12 anni per ricostruire le scorte.

Occidente e Russia, non a caso, stanno puntando molto sull’allargamento della lista dei loro “fornitori”: dalla Corea del Sud, per il cui presidente “non ci saranno limitazioni alla portata del sostegno per difendere e ripristinare un Paese che è stato illegalmente invaso”, all’Iran che fornisce droni kamikaze ai russi e li aiuta a costruirne nel loro territorio, fino alla Corea del Nord che vende armi a Wagner in cambio di cibo o all’Egitto e Israele, inutilmente corteggiati rispettivamente da Mosca e Kiev.

Interessante è quanto dichiarato il 1 maggio dal ministro della Difesa ucraino, Oleksii Reznikov, secondo cui “il rapporto tra le munizioni disponibili continua a non favorire l’Ucraina, le capacità russe continuano ad essere limitate”. Facile concludere che si riferisse a un effetto della disastrosa logistica russa.